Spellbreak – Recensione

Spellbreak è una piccola variante alla formula classica del battle royale, in cui opta per l'utilizzo della magia al posto dei consueti proiettili delle armi da fuoco. Sicuramente una piccola novità per il genere ludico che è diventato un must negli ultimi anni, caratterizzato da un impianto artistico ispirato e addirittura appagante. Eppure, sotto il profilo ludico non aggiunge alcunché di nuovo. Spellbreak si limita ad essere l'ennesimo battle royale macina utenza che non ambisce - per il momento - a distinguersi dalla concorrenza, elevando come suo punto di forza una maggiore rapidità nel gameplay e nella gestione degli equipaggiamenti, elementi essenziali che ,con molta probabilità, meritavano maggiore profondità.

E’ risaputo ormai quanto il genere battle royale sia stato uno dei maggiori trend degli ultimi anni. Col fenomeno Fortnite e a seguire PUBG, molti team di sviluppo e aziende di grande spessore si sono tuffati in quella che sembrava essere una miniera d’oro. Abbiamo visto come questo genere abbia permesso la nascita di diversi prodotti “macina soldi”, i quali stabilivano nuovi record di affluenza nei propri server nell’arco di pochi giorni. L’ultimo ad aver fatto notizia e ad essersi ritagliato una grossa fetta di pubblico, sottraendola in parte alla concorrenza, è stato Call of Duty: Warzone, optando per un’accoppiata perfetta: Battle Royale e Call of Duty Gratis.

Abbiamo visto, inoltre, come questo genere si sia focalizzato su un gameplay shooter con elementi che tendevano a variare la formula: la costruzione in Fortnite, la rianimazione in Apex Legends e le missioni secondarie in Warzone. Oggi, però, sembra che la situazione sia destinata a cambiare, poiché vi parleremo di un Battle Royale alquanto peculiare. Spellbreak di Proletariat ricalca il genere che ha segnato l’era moderna del gaming e propone a sua volta una formula piuttosto singolare per il battle royale, sfruttando le caratteristiche fantasy come perno portante della proposta ludica. Abbiamo passato diverse ore in compagnia del nuovo free-to-play, approdato ormai da qualche settimana su console e PC nella sua versione completa. Con qualche vittoria in tasca, finalmente ve ne possiamo parlare in questa nuova recensione.

Spellbreak, siamo noi l’avatar definitivo?

In quel di Helycon, un’isola abbandonata ove vi sono tracce di una civiltà ormai scomparsa, ciascun giocatore viene introdotto a Spellbreak con un tutorial minuzioso e semplice d’apprendere. Tutto ben curato, al punto da ritrovarsi preparato per affrontare i suoi avversari in partita. Prima di mettere piede sull’efferato campo di battaglia, si ha la possibilità – oltre di scegliere l’aspetto del proprio Io virtuale – di selezionare l’elemento magico con cui entrare in partita. Piromante, Alchimista, Cavalcavento, Folgore, Geomante e Sanguefreddo sono le classi utilizzabili – per il momento – nel titolo di Proletariat, con i quali si hanno addirittura dei livelli abilità che evolveremo durante la partita. Questo tipo di progressione permette al mago di accedere a nuove magie basate sull’elemento portante, ai quali è possibile utilizzare in combinazione un secondo elemento e realizzare attacchi ancor più devastanti. In parallelo troviamo anche i talenti, dai quali il giocatore beneficia di bonus passivi che migliorano le capacità magiche del personaggio in utilizzo. Essi sono sbloccabili attraverso il consueto level up dato dai punti esperienza guadagnati in partita.

Ponendo maggiore attenzione sulle classi, notiamo anche una progressione per le suddette, il cui avanzamento di grado (che ne attesta la maestria) delinea le ricompense ottenibili come oggetti cosmetici, tra cui skin ed emote, e del comune oro da scambiare nel negozio. Di certo, in un Battle Royale arrivato dopo Fortnite, non può mancare una certa cura nella personalizzazione, dall’avatar al proprio biglietto di visita, sfruttando oggetti sbloccabili sia giocando che attraverso valuta virtuale.

Devastazione elementale 

Non vi sono sensazionali elementi che contraddistinguono il gameplay di Spellbreak dal resto della platea Battle Royale. Effettivamente esso si comporta come uno sparatutto in terza persona, rimpiazzando – ovviamente – le convenzionali armi da fuoco con le magie basate sugli elementi. Nel momento in cui atterriamo sul campo di battaglia con una picchiata siamo privi di qualsiasi equipaggiamento, armati del nostro guanto scelto in base alla classe selezionata prima di avviare la partita. Dunque, nessuno inizierà la partita “nudo”, ma con un’arma standard con cui poter fronteggiare sin da subito qualche nemico. Seguendo dunque i canoni del genere, ciascun giocatore si ritroverà a costruire un equipaggiamento formidabile unicamente attraverso il consueto loot, sia esso ottenuto dai nemici o dalle casse più comuni divise per grandezza. Ci sentiamo di affermare che, durante le nostre partite, il loot ottenuto ci è sembrato tutto sommato giusto ed equilibrato. A volte, inoltre, la fortuna ha girato dalla nostra parte anche con le casse più piccole. Tralasciando questo fattore, il titolo propone una gestione dell’equipaggiamento pressoché semplificata ed automatizzata, la quale permette di potenziarlo con versioni più rare – e potenti – di ciascun pezzo che lo compone. Difatti troviamo semplicemente i due guanti elementali, ossia due classi equipaggiabili durante la partita, una fissa – quella scelta inizialmente – ed una variabile, anch’essa potenziabile. Infine troviamo tutto ciò che concerne la difesa, come gli stivali per movimenti più veloci, la cintura per l’armatura e l’amuleto che aumenta il mana. Non mancheranno ovviamente corazze e medikit, ma la vera chicca risiede in due oggetti particolari: le pergamene, che potenziano i vari talenti dell’avatar, e le abilità speciali, il cui apporto può sovvertire le sorti della battaglia.

In sintesi, Spellbreak propone una piccola variante a tema magico del genere battle royale, imbastendo soprattutto dei momenti caotici verso le battute finali di ogni partita. Difatti, la componente shooter del titolo soffre di qualche piccola sbavatura, soprattutto sulla lunga distanza, ma ogni classe esiste per bilanciare i difetti del gameplay. Questo perché ogni classe, oltre al suo catalogo delle magie, ha a sua volta un approccio diverso in battaglia, che si tratti dalla lunga-media distanza o da corto raggio, passando infine per danni a zona. Il combattimento avviene sia sulla terra ferma che a mezz’aria, grazie alla possibilità di volare consumando il mana a disposizione. A sua volta, esso viene impiegato per l’utilizzo delle magie e delle stregonerie. La sua quantità inoltre viene determinata dalla rarità del talismano in nostro possesso e, una volta esaurito, il ripristino è automatico. Infine, la mappa di gioco opta per un aspetto fantasy medievale, con rovine di castelli e villaggi decaduti a fare da sfondo – e non solo – sul campo di battaglia. Troviamo un’ampia macchia verde a delineare il punto nevralgico in cui spesso e volentieri si restringe la tempesta, onnipresente anche in questo titolo, ma non mancano anche le zone desertiche, anch’esse avvalorate dal tocco dell’uomo con rovine ed edifici distrutti.

Ok, Spellbreak è fin troppo vicino ad Avatar: The Last airbender.

Spellbreak si distingue per la sua peculiare estetica, discostandosi quasi totalmente dal carattere pop che riscontreremmo in un titolo come Fortnite. Infatti, esso punta per una direzione artistica ispirata, con modelli in cel-shaded che più si avvicinano al cartone animato occidentale. Difatti, riusciamo ad apprezzare pienamente l’aspetto grafico della produzione di Proletariat, così come l’accentuazione dei colori che dona un impatto visivo estremamente vivace. Anche gli altri elementi poligonali vantano di un aspetto cartoonesco, riuscendo dunque a delimitare possibili texture poco curate e dando così una visione d’insieme omogeneo e bello da vedere.

Sul fronte tecnico, ciò che perde caratura sono gli effetti particellari delle magie e stregonerie, le quali hanno un aspetto fin troppo solido per essere un elemento astratto, mentre il frame rate perde un po’ di stabilità nelle situazioni più concitate. Le classi necessitano di un ulteriore bilanciamento e l’aspetto shooter ha bisogno di qualche ritocco per quanto concerne le hitbox.

Il comparto sonoro, invece, non è affatto male. I passi degli avversari e dei compagni sono udibili senza alcuna difficoltà, tant’è che ci è bastato semplicemente sfruttare l’audio delle casse collegate tramite cavo jack al pad per identificare la direzione da cui provenivano gli altri giocatori. Il titolo, inoltre, vanta di una localizzazione italiana piuttosto essenziale, dato che in partita il dialogo tra personaggi è pressoché inesistente. Concludendo, segnaliamo anche la presenza del cross-play tra PlayStation 4, Xbox One e PC. Durante la nostra prova non abbiamo avvertito alcun senso di svantaggio tra le piattaforme.

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Matteo Murri
Matteo Murri
Appassionato di videogiochi e anime sin da tenera età, il suo primo videogioco fu Super Mario 64 per Nintendo 64, col tempo si affezionò alle console di Sony partendo appunto dalla prima Playstation. Oggi è un cacciatore di trofei su Playstation 4, predilige gli sparatutto, i titoli di corse e i picchiaduro, ma gioca veramente di tutto!

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