No Man’s Sky – Recensione

Insomma, come avrete capito, No Man’s Sky, dopo una prima esperienza positiva dovuta alla sorpresa della novità, è stata (almeno per noi) una delusione dopo l'altra. Trama praticamente inesistente, una ripetitività superiore a quella del primo Assassin's Creed, problematiche grafiche e fisiche come se piovessero, e quel che è peggio, noia e tedio come se non ci fosse un domani. Certo, possiamo capire che il numero di pianeti a disposizione per l'esplorazione sia praticamente infinito, ma questo non significa per forza di cose che siano tutti uno diverso dall'altro... Ci duole ammettere quindi che il titolo è da consigliare solo a coloro che non hanno timore nel dover affrontare ciclicamente sempre le stesse meccaniche di gioco, ripetendo costantemente sempre le stesse poche azioni. L'amore per le stelle e lo spazio infinito sicuramente potrebbe alleviare la sofferenza e la noia, ma ciò non giustificherebbe comunque il prezzo attuale del titolo, che risulta eccessivo perfino per la versione limitata su cui abbiamo messo le mani, ovvero la COTY Edition (Coaster Of The Year), che potete osservare nella foto precedente...

Mettiamo subito in chiaro una cosa, No Man’s Sky ha generato un hype mostruoso, passando da 0 a 100 km/h in pochissimi nano secondi e trasformandosi in maniera decisamente anomala da un semplice titolo indie ad uno tripla A senza pari; e questo è un fatto. Purtroppo però, quanto si aspettavano gli speranzosi utenti finali a seguito delle premesse/promesse fatte dagli sviluppatori, non è stato esattamente quello che è arrivato sugli scaffali e sugli schermi. Ovviamente non abbiamo intenzione di fare un processo sulle mancate features del titolo, e perciò ci limiteremo a “pesare” quanto ci mostrano le nostre console di questo sopravvalutato titolo in cui Sony ha forse creduto un po’ troppo.

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No Man’s Story
Come avrete intuito del nostro incipit, quanto abbiamo visto nelle nostre avventure nell’universo di No Man’s Sky non ci ha propriamente convinti. Per spiegarvi in maniera esaustiva le nostre motivazioni, avremmo voluto cominciare volentieri raccontandovi un po’ della trama che un giocatore potrebbe vivere in questo titolo, ma onestamente questo è uno degli aspetti del gioco che ci sono un pochino sfuggiti… Senza tenere conto delle nostre reali volontà infatti, siamo stati sbattuti ed abbandonati dopo uno schianto (non visto) su uno dei 18.446.744.073.709.551.616 pianeti generati nel gioco, senza avere la minima idea del perché o del per come siamo finiti proprio lì. Chiaramente questa è una situazione iniziale che potrebbe anche essere considerata valida, è un punto d’inizio piuttosto “classico” se vogliamo essere sinceri, ma è in quello che viene dopo che si cominciano a vedere i primi problemi. Il tutorial per esempio, come il resto del titolo se è per questo, tende a lesinare le istruzioni, limitandosi a poche nozioni strettamente necessarie per poter fare solo il minimo indispensabile, tutto il resto va scoperto in giro per lo spazio.
Una volta rimessa in sesto l’astronave e recuperati un po’ di materiali e di carburante, potremo finalmente partire nell’esplorazione del pianeta su cui ci troviamo. Sarà sufficiente pochissimo tempo per incontrare degli avamposti o delle costruzioni aliene in giro per il pianeta, e se saremo fortunati, in alcune di queste potremo finalmente incontrare qualche forma di vita avanzata.

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No Man’s Words
Incontrando gli alieni negli avamposti o ispezionando edifici vari, potremo recuperare preziose tecnologie, che potremo poi usare sui nostri equipaggiamenti, ovvero la exotuta, il multi-tool o la navetta, a patto ovviamente di recuperare tutti i materiali che saranno necessari per costruirle. Con tutto questo bel carico, potremo quindi procedere a fare un giretto anche oltre l’atmosfera, raggiungendo quindi altri pianeti, oltre a quello da cui siamo partiti, ed altri sistemi. Ed è proprio proseguendo in questo modo che scopriremo che in tutto l’universo ci sono solo tre razze di alieni… Sì, avete capito bene, solo tre razze in tutto lo sconfinato universo composto da 18.446.744.073.709.551.616 pianeti. Quattro se consideriamo anche il nostro personaggio, che visto che non conosce nessuna delle tre lingue esistenti, ipotizziamo sia, al pari del Dottor Who, l’ultimo della sua specie.
Per imparare le lingue e capire quindi cosa ci vogliono dire questi particolari E.T. (intesi come extra-terrestri e non come extra-terroni come molti di voi potrebbero pensare), avremo bisogno di visitare i monoliti o i piccoli cilindri che troveremo in giro sulla superficie dei pianeti, ma vi avvisiamo che ad una parola alla volta, la strada del poliglotta interstellare è decisamente lunga…
Molto meno impegnativo è il recuperare tutte le tecnologie necessarie a potenziare i nostri strumenti. E’ pur vero che finché non ci riforniremo di tecnologie avanzate per la navicella, per il multi-tool e per la tuta, sopravvivere non sarà facilissimo (soprattutto nello spazio contro gli eventuali pirati spaziali che ci potrebbero attaccare per rubarci il carico a seguito di una scansione), ma è anche corretto affermare che il numero di questi potenziamenti non è infinito.

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No Man’s Work
Visitando un po’ di alieni infatti e cercando tra gli avamposti abbandonati e le navicelle cadute, ben presto le tecnologie della manco lista si andranno ad esaurire, e quindi dopo un numero non elevato di ore di gioco, ci si accorgerà che scendere sui pianeti a recuperare le risorse base comincerà ad essere piuttosto inutile. Se avete già letto infatti la nostra guida per farmare in pochissimo tempo una quantità considerevole di Unità, ovvero la moneta di gioco, dovreste anche aver capito che è molto più semplice e sicuro visitare le stazioni spaziali e commerciare con i visitatori piuttosto che rischiare di finire in balia delle Sentinelle (entità difensive di origine sconosciuta presenti su TUTTI i pianeti). Il gioco in questo modo devia velocemente dal crafting al gestionale, e diventa sufficiente stare attenti alle risorse possedute per poter proseguire il viaggio per il resto dell’universo in (quasi) tutta tranquillità. E che sia chiaro, questa cosa non è assolutamente un punto a favore… Solo chi fa il minatore di mestiere ed ama visceralmente il suo lavoro continuerebbe a cercare eridio o alluminio sulla crosta planetaria, invece che comprarlo comodamente con i proventi di un paio di Risonatori…
Se la vogliamo dire tutta in pratica, l’attrazione per il titolo si comincia a perdere proprio in questo punto, e si esaurisce in brevissimo tempo. Le cose che all’inizio sembrano essere complesse e lunghe da realizzare dopo diventano routine, e l’unico scopo reale che può ancora persistere è quello di muoversi tra i sistemi perseguendo la via dell’Atlante o cercare di raggiungere il centro dell’universo. Ma ne vale effettivamente la pena?

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No Man’s Problems
Di cose che “non tornano” nel titolo ne abbiamo trovate tante
, quindi ve le sciorineremo tutte così senza pensarci troppo.
Tra queste, quella che più ci innervosisce è il fatto che ogni volta che si trova o si compra una nuova navicella si è costretti ad abbandonare quella precedente. Ora, posso capire che quando se ne trova una precipitata, l’altra la devi lasciare lì per forza di cose, ma perché quando io la navicella nuova la compro quella vecchia non posso venderla o darla in permuta per uno sconto? E soprattutto, perché non si trovano mai quelle che vengono abbandonate sui pianeti quando qualcuno ne sistema una precipitata? La risposta è semplice, ed è perché il multiplayer è una balla.
Della scarsità (chiamiamola così) di razze aliene ve ne avevamo già parlato, ma quello che ci ha stupito è stata anche la scarsità singoli individui. Seguendo la già citata guida alle Unità, avrete l’occasione di attendere un po’ di tempo negli hangar delle stazioni spaziali. Qui numerose navette faranno attracco per sbrigare i propri affari, ma dopo tre o quattro modelli palesemente differenti, comincerete a notare qualche piccola ripetizione. Niente di strano direte voi, le navette, come le macchine, saranno prodotte in serie, è normale. E fin qui nulla da dire infatti. Ma da quando anche gli alieni che le guidano sono sempre gli stessi?
A volte la stessa nave, con lo stesso pilota (non solo con lo stesso aspetto ma anche con lo stesso nome), si ritrovava attraccata in tre slot differenti tutti nello stesso momento, e questa cosa può essere chiamata in qualunque modo, tranne che varietà. A tal proposito, come si può notare, Korvax, Gek e Vy’keen, sono razze diverse sia nell’aspetto che nella cultura, ma stranamente hanno avuto tutte gli stessi architetti per quel che concerne la costruzione di avamposti, torri etc. Peculiare no?
Tutte le features, le generazioni dei pianeti, della flora e della fauna millantate prima dell’uscita del gioco quindi, risultano essere molto più limitate di quanto non vogliano farci credere, ed il veder sbucare fuori piante ed animali simili su pianeti diversi, con atmosfera differente ed a distanza di centinaia di anni luce, ne dovrebbe essere la dimostrazione. Ma non finisce qui. Perché a completare l’opera ci si mettono anche i freeze del gioco, che puntualmente arrivano quando stai per uscire da un viaggio a curvatura, o quando stai scendendo dalla navicella. Il problema però, nasce nel fatto che il gioco salva la situazione di gioco proprio quando il nostro personaggio scende dalla sua navicella, e quindi il rischio di buttare all’aria ore ed ore di gioco è sempre molto alto.
Il livello grafico non è altissimo, almeno su PS4, ma questo onestamente è il minore dei mali, perché non è di soli poligoni che vive il giocatore. Altro discorso è invece quello legato all’effetto pop-up (gli oggetti che compaiono improvvisamente a schermo), o la perdita di textures ad una certa distanza dal pianeta, o ancora le problematiche alle collisioni, alla fisica etc., di cui il gioco è praticamente impestato…
Buona la colonna sonora infine, ma poco rilevante per risollevare le sorti del complesso.

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