Splinter Cell: Blacklist – Recensione

Splinter Cell: Blacklist è quello che i fan aspettavano da anni, ossia il ritorno in grande stile dell'agente segreto Sam Fisher. A parte alcuni difetti tecnici e audiovisivi prontamente segnalati, tutta la produzione va ad accontentare un'ampia fascia di pubblico, sia i nostalgici dei primi capitoli che gli amanti di titoli d'azione più moderni. Valgono quindi le stesse considerazioni fatte a suo tempo per il già citato Hitman Absolution: una volta superate le iniziali paure sulla possibile svolta totalmente action del titolo, possiamo affermare che Blacklist è a tutti gli effetti una piacevole sorpresa ed un titolo imprescindibile per gli amanti della saga e del genere.

Erano parecchi anni che la serie Splinter Cell mancava dalle nostre PS3, eccezion fatta per le versioni in HD dei primi tre capitoli. Dopo l’ottimo e personalmente troppo criticato Conviction, purtroppo mai arrivato su console Sony, ecco che Sam Fisher ha nuovamente l’occasione di portare in auge il genere stealth. Vediamo assieme se ci è riuscito, in questo test della versione completa di Splinter Cell: Blacklist.

Una nuova minaccia…
Dicevamo poco fa che è veramente un peccato che i possessori di PS3 si siano persi il precedente capitolo, visto che la trama di Blacklist è il proseguimento naturale di Conviction.
Nemmeno il tempo di digerire gli avvenimenti raccontati precedentemente, che hanno portato alla disfatta di Third Echelon, ed ecco comparire dal nulla una nuova minaccia chiamata Gli Ingegneri. Costoro hanno intenzione di mettere in ginocchio gli USA attraverso la Blacklist, ossia una serie di attacchi terroristici in luoghi rappresentativi delle risorse statunitensi. Di fronte a questo pericolo e per assicurare la sicurezza nazionale americana e non, il governo degli Stati Uniti propone la fondazione di Fourth Echelon per risolvere questa scomoda situazione. Sam Fisher, aiutato da Anna Grimsdottir, Isaac Briggs e dall’hacker Charlie Cole, non perdono un singolo istante e a bordo dell’aereo Paladin si mettono alla ricerca di qualsiasi indizio utile a sventare l’ennesima minaccia.
I temi trattati, ossia terrorismo e l’innalzare gli USA a paladini della giustizia mondiale, son forse stati troppo abusati nei videogiochi e nel cinema, tanto che probabilmente non ci si aspetta una trama originale. Fa invece piacere che la stessa presenti sfaccettature e colpi di scena degni dello scrittore Tom Clancy, che ha ovviamente curato ogni aspetto della trama di Splinter Cell: Blacklist, con ottimi risultati.
Prima di passare al piatto forte del titolo, ossia il divertimento offerto dai ragazzi di Ubisoft, vogliamo rassicurarvi sulla longevità. Le missioni principali della storia possono essere completate in 8-10 ore in difficoltà normale a seconda del proprio stile di gioco, tempo destinato a salire nel caso vogliate dedicarvi agli incarichi secondari singoli ed in cooperativa (online e a schermo condiviso), oltre che alle modalità competitive online. Non solo, tale durata viene enfatizzata ulteriormente da obiettivi e oggetti secondari durante ogni missione, oltre al fatto che si potranno potenziare aereo ed equipaggiamento e, perché no, ritentare le missioni per migliorarne punteggio e valutazione.

Sam Fisher è tornato, più in forma che mai!
Pur essendo un ottimo titolo Conviction fu criticato aspramente dai puristi della saga a causa della marcata svolta action intrapresa nelle meccaniche di gioco. Con Blacklist ci troviamo di fronte ad una perfetta via di mezzo tra i capitoli della trilogia classica ed il capitolo appena citato. Tanto per intenderci, potremmo paragonare Splinter Cell: Blacklist all’ottimo Hitman Absolution, entrambi titoli in grado di dare la massima libertà di scelta e lasciandosi quindi giocare sia in stealth che nell’azione più totale.
Le missioni possono essere infatti giocate a nostro piacimento, anche se è bene dire che si ha maggior soddisfazione approcciandole alla vecchia e cara maniera stealth, complice anche la ritrovata possibilità di occultare i cadaveri. Vi sono però talune situazioni (in minima percentuale) dove è d’obbligo questa metodologia di gioco, ad esempio quando sarà necessario non uccidere nessuno o non farci scoprire, pena il riavvio dal checkpoint. Queste sezioni metteranno in luce lo stile classico dei primi Splinter Cell, in una struttura Trial & Error tanto cara ai videogiocatori di vecchia data ma che potrebbe far storcere il naso ai novizi o a chi è poco paziente. A parte questi rari momenti, il tutto è incentrato sulla massima libertà d’azione, complice anche il sublime level design delle ambientazioni: tra sporgenze, condotti di ventilazione e tubature sospese e via andare, resta solo al giocatore la decisione sul come arrivare dal punto A al punto B.
Il sistema di controllo può risultare complesso ad un primo approccio ma facile da assimilare già dopo qualche minuto, sia nelle classiche sezioni in terza persona che in alcune piccole parti in puro stile FPS. Il controllo del personaggio e relativa mira sono demandati a comandi abbastanza classici per il genere di appartenenza, mentre con i tasti direzionali saremo in grado di richiamare la ruota dell’inventario, utile a scegliere ogni sorta di aggeggio e arma, oltre al selettore del tipo di visore da utilizzare. Direttamente da Conviction, torna la possibilità di spostarci rapidamente da un nascondiglio all’altro, in aggiunta alla possibilità di marcare i nemici così da concatenare abbattimenti o uccisioni multiple. Una volta riempita un’apposita barra tramite gli abbattimenti e marcati fino a tre bersagli con R2, è possibile premere il tasto triangolo per toglierci da situazioni spiacevoli, mettendo KO immediatamente i nemici in avvicinamento, chiaramente se ad una distanza non elevata e se la linea di fuoco non è interrotta da gas e/o ostacoli. Avendo apprezzato tale funzione in Conviction, il sottoscritto è lieto di averla ritrovata in Blacklist, segno che Ubisoft l’ha sempre ritenuta con certezza un elemento innovativo nel gameplay della serie.

Al termine di ogni incarico si viene valutati in base allo stile di gioco e su tre metriche di giudizio: Fantasma indica ogni azione eseguita di soppiatto, Assalto le uccisioni e azioni fatte una volta scoperti e quindi alla luce del sole, mentre Pantera è un misto dei requisiti degli altri due. È proprio questo ciò che rende ben equilibrato il titolo, ossia il fatto che si viene comunque premiati se uno di questi modi di giocare risulta preponderante rispetto agli altri due, anche se giocarlo come Fantasma rende di più sia come ricompense che come soddisfazione personale.
Il centro delle nostre operazioni è l’aereo militare Paladin che funge da menu principale totalmente interattivo e in cui saremo in grado di muoverci liberamente. Potremo infatti usarlo per avviare le missioni principali, quelle secondarie, modificare l’equipaggiamento e apportare migliorie al Paladin stesso. Armi, equipaggiamento e modifiche varie possono essere acquistate con i soldi guadagnati durante gli incarichi (in maggior numero se si completano obiettivi secondari e si soddisfano particolari requisiti) e grazie alle sfide giornaliere e settimanali messe a disposizione da Ubisoft.
Come appena accennato, risulta possibile potenziare l’aereo, operazione che servirà per migliorare il radar di Sam permettendo di visualizzarvi oggetti importanti, sbloccare prototipi di armi e slot per l’inventario, in aggiunta ad una maggiore velocità di rigenerazione dell’energia vitale del protagonista. Il parlare con Charlie sarà invece utile a personalizzare Sam, assegnando armi (con relativi mirini e modifiche), visori e gadget. Tra questi ultimi spicca senz’altro un piccolo trirotore da esplorazione, senza dimenticarci i classici diversivi acustici, microcamere e vari tipi di granate letali e non. Anche la tuta può essere adattata al nostro modus operandi: potremo impostarla in modo da migliorare la mimetizzazione con l’ambiente oppure renderla più visibile ma più resistente ai danni, in aggiunta a maggiore spazio per caricatori, favorendo quindi lo stile Assalto.

Spie o mercenari?
Apparsa per la prima volta in Pandora Tomorrow, fa ritorno in Blacklist la modalità Spie vs. Mercenari in qualità di modalità online competitiva. Esattamente come nel secondo capitolo della serie, ogni partita si svolge in due round: come Spie il nostro compito sarà quello di hackerare dei terminali evitando gli avversari, mentre come Mercenari dovremo evitare che ciò accada. Sempre come in Pandora Tomorrow, giocando come Spia la visuale è la tipica in terza persona e volta a far risaltare le doti stealth del titolo, mentre come Mercenario si gioca come in un FPS. È bene dire che anche in prima persona il gioco funziona discretamente ed offre quel poco di varietà in più che permette di elevarlo al di sopra della media dei titoli competitivi online. Non manca chiaramente il tipico deathmatch a squadre, presente nelle stesse modalità descritte poco fa. Il menu del Paladin permette di personalizzare il nostro personaggio online, assegnandogli abilità speciali e gadget sbloccati, niente di particolarmente innovativo nel suo genere ma sicuramente funzionale al contesto.
Anche alcune missioni secondarie della storia possono essere affrontate online in cooperativa a due giocatori, oltre che in splitscreen. Vale sempre il solito discorso fatto per titoli di questo genere, ossia che rendono al meglio se affrontati assieme ad amici, possibilmente muniti di microfono, per una maggiore immedesimazione e soddisfazione. Alcuni di questi incarichi prevedono il tipico gameplay della serie, mentre altre sono dei livelli “ad ondate” dove la collaborazione è assolutamente vitale per sopravvivere il più a lungo possibile. Giusto una piccola parentesi sulla cooperativa a schermo condiviso: la stessa risulta una gradevole aggiunta e, a parte qualche perdita di dettaglio, offre quasi la stessa qualità grafica e fluidità offerta dall’intero pacchetto di cui parleremo qualche riga più sotto.
In tutti i casi descritti il netcode è ben ottimizzato e non abbiamo riscontrato problemi di lag, disconnessioni e simili. In definitiva, anche la parte online di Splinter Cell: Blacklist risulta ben realizzata ed in linea con il resto della produzione.

Luci e ombre…
Splinter Cell: Blacklist
si poggia sull’ormai famosissimo e sfruttato Unreal Engine 3, con ottimi risultati. I modelli e volti dei personaggi principali sono realizzati e animati in maniera egregia, peccato per la poca varietà nei nemici presenti nei livelli, spesso troppo simili tra loro. Gli ambienti godono di un grande livello di dettaglio e buone texture, da segnalare giusto la staticità delle stesse ambientazioni, complice anche il motore grafico utilizzato.

Da lodare senza alcuna riserva sono gli effetti di luce, da sempre punto di forza della serie e qui in grado di rasentare la perfezione. Notiamo anche una grande cura anche per quanto riguarda la resa del fumo e del fuoco, nonché degli effetti particellari in generale. Gli unici veri difetti da segnalare sono una IA non sempre reattiva e qualche sporadico calo di framerate in concomitanza con i salvataggi automatici e in una manciata di altre situazioni.
Ai fan della saga farà sicuramente piacere il ritorno di Luca Ward nel ruolo di doppiatore di Sam Fisher, anche se da solo non in grado di elevare la parte audio all’eccellenza. Dobbiamo purtroppo far notare che udiamo spesso i nemici parlare in inglese o nella lingua madre relativa al luogo nel quale si svolge la missione, per poi iniziare miracolosamente a parlare in italiano una volta che verranno a conoscenza della nostra presenza. Buona ma non sempre incisiva la colonna sonora, in aggiunta al fatto che spesso voci e musica non sono ben calibrate, con i doppiatori spesso coperti dall’elevato volume di tutto il resto.

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Davide Begni
Davide Begnihttps://www.playstationzone.it
Appassionato di console Sony, ha un debole per Sonic e per la saga di Metal Gear, ma in generale non disdegna nessun genere, eccezion fatta per la maggior parte dei giochi di ruolo e titoli sportivi. La sua carriera videoludica inizia a cavallo tra gli anni '80 e '90 su Master System e Game Boy, andando a toccare tutte le console casalinghe e portatili prodotte da Sega e Nintendo fino alla prima metà degli anni '90. È passato al lato oscuro di Sony grazie alla prima PlayStation, brand a cui si è affezionato da allora fino ai giorni nostri, pur avendo avuto delle piccole parentesi dedicate al mondo PC e ad altre console. Non ditelo in giro, ma ha un'insana devozione per il Mega Drive, console che spesso e volentieri ricollega alla TV in memoria dei vecchi tempi.

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