Paper Beast – Recensione

Paper Beast mi ha lasciato senza parole. Letteralmente. Il mio viaggio è iniziato con gli occhi sgranati e si è concluso a bocca spalancata. Un viaggio surreale, onirico e incredibile che, sicuramente, non dimenticherò mai. Paper Beast è un titolo che richiede una discreta dose di sensibilità per essere apprezzato, sia in senso positivo che in senso negativo. Il titolo di Pixel Reef è un viaggio allucinogeno da provare, anche solo per rimanerne genuinamente tramortiti.

Quando arriva un videogioco da recensire, bene o male, si sa a cosa si sta andando incontro. Sparatutto, giochi di ruolo, strategici e avventure, tutti diversi eppure “classici”. Da quando ho comprato il PlayStation VR, però, ho iniziato a ricredermi. Mai come nei giochi VR ho trovato titoli tanto particolari quanto unici. Non che essi siano magicamente perfetti o rivoluzionari, ma certi videogiochi non riesco a capire in che modo siano stati concepiti. Questo è proprio il caso di Paper Beast, titolo esclusivo VR sviluppato da Pixel Reef, il quale è riuscito a lasciarmi letteralmente attonito. Non è stato affatto facile trovare le parole adatte a descrivervi questa mia ultima esperienza. Perciò, senza tanti preamboli, ecco a voi Paper Beast!

Paper Beast, un viaggio inaspettato

Prendendo spunto dalla sinossi ufficiale, Paper Beast è un “colorato ecosistema vivente nato dai big data”. Detta terra terra, il mondo interno a Paper Beast è stato creato attraverso i dati di un server, i quali hanno realizzato un ecosistema virtuale da cui è scaturita la “vita”. Ho citato non a caso la sinossi perché, iniziando la mia avventura con pochissime informazioni, ammetto di essermi trovato di fronte ad un trip allucinogeno. Non credo esistano parole più chiare e dirette atte al farvi comprendere ciò che Paper Beast mi è sembrato.

Durante la partita ho visto cose incredibili: nuvole a forma di numeri, sfilate musicali, coriandoli, stelle filanti, squarci nel cielo e bestie. Tutto assieme, senza un apparente filo logico. Una sorpresa dietro l’altra, ininterrotta e piacevolmente incomprensibile. A questo aggiungeteci dei messaggi subliminali, più o meno velati, capaci di far rivalutare quanto si è visto. Qualcosa di unico, impossibile da capire finché non lo si vive in prima persona.

Non voglio parlarvi di cosa ho visto nelle 5 ore necessarie per portare a termine la “partita”. Per un semplice motivo, dovete vederlo. Paper Beast mi ha lasciato a bocca aperta in più di un’occasione. Cambi di atmosfera repentini, dalla tristezza alla gioia sfrenata, dal buio alla luce, passando per luci stroboscopiche e festoni. Il titolo di Pixel Reef è allucinante e non posso che sottolineare quanto esso necessiti di un’estrema dose di sensibilità per essere apprezzato. Sensibilità emotiva, visiva e ludica. Non lo dimenticherò mai.

Le “Bestie di Carta”

Paper Beast è popolato da creature bizzarre, sotto ogni punto di vista. Completamente create in “carta”, queste bestie si differenziano per abitudini, comportamento e tipologia. Vi sono insetti, animali pacifici e predatori, ognuno dei quali possiede qualità uniche indispensabili al proseguimento di questo viaggio onirico. Così come gli animali, anche le piante ricoprono un ruolo quantomeno fondamentale al proseguimento. Pixel Reef è riuscito a creare un ecosistema “coerente” nella propria follia, rendendo comprensibile come muoversi in esso senza spiegare nulla.

Come diavolo si sale lassù?!

La risoluzione degli enigmi ambientali scandisce il nostro progresso nel mondo psichedelico di Paper Beast. Tutti diversi e del tutto integrati con l’ambientazione, questi enigmi sono l’unica vera componente ludica presente. In sostanza, l’avventura avanza tra aree ristrette nelle quali risolvere l’enigma e proseguire.
Data l’esigua durata della “trama”, non voglio parlarvi specificatamente degli enigmi presenti, soprattutto per non rovinare la sorpresa ai più interessati. Posso però anticiparvi che essi sono completamente basati sulla fisica e sul comportamento delle creature. Dovrete proteggere le creature dai predatori, scalare aree geografiche elevate, sfruttare la fisica e così via.

Personalmente non ho avuto troppi problemi, a parte per qualche enigma più “astratto” degli altri. Il titolo concede comunque una buona dose di inventiva al giocatore, permettendo di risolvere le varie sezioni in più modi. Non per vantarmi, ma credo di aver superato più di una sezione palesemente “barando”. O meglio, non nel modo in cui gli sviluppatori hanno pensato di far procedere il giocatore. Dal mio punto di vista questo è un enorme vantaggio. Spremetevi le meningi, nulla è impossibile!

Il mio piccolo angolo di rete

Terminato il viaggio principale proposto da Paper Beast, gli sviluppatori hanno avuto la brillante idea di inserire una modalità sandbox completamente personalizzabile. In questa modalità il titolo prende le sembianze di un God Simulator, nel quale creare un ecosistema a proprio piacimento. In esso possiamo modificare la conformazione del terreno, gli effetti meteorologici (tempeste, uragani), oltre che la popolazione animale e vegetale. Per rendere disponibili tutti questi elementi, è necessario raccogliere dei “collezionabili” sparsi per i vari livelli della “storia”. Raccogliendoli tutti avrete accesso ad ogni creatura incontrata e ad ogni tipo di pianta. È inoltre possibile rimpicciolire il vostro ecosistema per osservarne le creazioni dall’alto.

Nonostante per gli appassionati possa essere di grande interesse, personalmente ho trovato questa modalità piuttosto acerba. È possibile aggiungere animali e piante a proprio piacimento, ma in quantità davvero risicate. Una pianta per tipo (quelle più grandi) ed un numero massimo di animali. Anche l’area di creazione non è molto vasta, con conseguente poca libertà di espressione. Bene ma non benissimo.

Ma com’è questa “rete”?

Artisticamente il titolo non ha nulla da invidiare alle moltissime altre produzioni VR disponibili sul mercato. Per quanto riguarda l’aspetto tecnico, invece, non è possibile non notare la piattezza delle texture, soprattutto verso l’orizzonte, e le compenetrazioni poligonali tra bestie.

Il sistema di movimento avviene tramite il più classico dei teletrasporti. Molto stabile e preciso, sia per fluidità che per alleggerire le problematiche legate al motion sickness.

I modelli poligonali sono stati ricreati egregiamente, anche a livello di animazioni. Menzione speciale alla fisica attribuita alle creature, semplice ma efficace.

Il titolo è completamente localizzato in italiano. Nonostante non vi sia doppiaggio, il lavoro di traduzione dei testi risulta ottimo.

È possibile approcciare il titolo di Pixel Reef sia utilizzando i controller Move che il controller base di PlayStation 4. Personalmente ho trovato molto più intuitivi e semplici all’uso i Move, soprattutto per la necessità di fare più cose con entrambe le mani.
Durante la mia prova non ho riscontrato alcun problema. Nessun bug e nessun altro intoppo a livello di stabilità. Ottimo lavoro.

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Mirco Neri
Mirco Neri
Nato già vecchio, Mirco entra nel mondo dei videogiochi fin dalla tenera età, passando le giornate a guardare il fratello giocare su computer. Non appena le mani divennero abbastanza grandi da impugnare un pad, nulla lo ha più allontanato dai videogiochi. Appassionato di quasi ogni genere videoludico, Mirco cerca di testare con mano ogni gioco che gli capita sotto tiro, dalle corse automobilistiche ai giochi di ruolo. Nonostante l'età avanzi inesorabile continua a pensare che il pad lo seguirà nella tomba.

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