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The Last of Us – Un viaggio nel mondo di Neil Druckmann

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Buon pomeriggio amici lettori! Lo Speciale che vi proponiamo quest’oggi arriva a distanza di meno di due settimane dall’uscita del secondo capitolo del franchise, ed andrà a ripercorrere la storia di The Last of Us. Premi, riconoscimenti e pareri personali su quello che, a tutti gli effetti, è ormai considerato il “capolavoro di un’intera generazione videoludica“. Targato Naughty Dog, ovviamente!

Siete pronti? Bene, iniziamo!

Correva l’anno 2011 quando, negli studi di Spike Video Game Awards (ex cerimonia di premiazione videoludica annua, oggi sostituita dai The Game Awards), veniva presentato in anteprima assoluta The Last of Us, action-adventure post-apocalittico a sfondo survival-horror. Il titolo sviluppato negli studi della rinomata Naughty Dog sotto la direzione creativa di Neil Druckmann e dello storico collega di “viaggio” Bruce Straley (Game Director), già partner di lavoro di Druckmann durante lo sviluppo del precedente progetto “Uncharted”.

A quel tempo, nessuno poteva di certo immaginare cosa sarebbe accaduto in seguito. Quel giorno, però, segnò l’inizio di una storia che nessuno di noi – e nessuno di voi – potrà mai dimenticare. L’inizio di una nuova avventura destinata ad essere ricordata come “il capolavoro di un’intera generazione videoludica”: The Last of Us!

The Last of Us è il racconto di una storia quanto più vicina possibile alla realtà, vissuta purtroppo sulla nostra stessa pelle durante i giorni bui di quarantena “forzata”. Sì ragazzi, il paragone è forte e forse un po’ “esagerato”, ma parlo proprio del COVID-19. Il terribile virus, pressoché incontrollabile, che da diversi mesi ha completamente ridimensionato le nostre vite terrene. Oggi giorno, difatti, risulta tutto superfluo: dalla moda ai gioielli, dalla cena al ristorante al week-end con la propria compagna, dalla visita ai propri cari e persino al lavoro quotidiano che ci mantiene. Tutto, ovviamente e purtroppo, anche nel nostro amato mondo dei videogiochi. Tutto questo oggi è superfluo, quasi insignificante oserei dire. Oggi ciò che conta è solo la cura, in modo da porre fine a questo male e che possa risollevare il mondo dal baratro in cui è finito. Ritornando in tema, verosimilmente ciò è quanto accadde, appunto, in The Last of Us!

Quello di TLOU è un mondo senza più speranza, senza più civiltà. Devastato da un virus mortale sfuggito di mano, il Cordyceps (il quale è davvero presente in natura anche nel mondo reale, fortunatamente meno letale e, sicuramente, meno “scenografico”), l’ambiente di gioco appare subito molto ostico e desolato, in cui un semplice passo falso può condurti inesorabilmente verso morte certa.

Non esiste vaccino, non esiste cura. La diffusione avviene per via aerea attraverso nuvole di spore emanate dagli infetti, questi ultimi ormai sparsi per tutti gli angoli delle città e in preda ai propri istinti primordiali. Tutto ciò altera sensibilmente il loro aspetto e le loro movenze, rendendoli sempre più simili a bestie piuttosto che a esseri umani.

Sa di già visto, vero? Il classico gioco post-apocalittico?
No ragazzi, non è affatto così ed ora vi spiego il perché…

L’avventura in cui ti lancia prepotentemente TLOU è qualcosa di…struggente. Pochi secondi di game-play sono sufficienti a far versare le prime lacrime. Joel, il protagonista del gioco, si trova in ginocchio ai piedi di una piccola cunetta terrosa, nel tentativo di mettere in salvo sua figlia Sarah da un gruppo di infetti che hanno preso di mira la loro abitazione. L’adrenalina sale a mille e Sarah, il primo personaggio giocabile in gioco, entra subito nel vostro cuore.

L’incolumità della ragazza per il vostro subconscio è indubbia…

Dettata dalle leggi non scritte che il cinema (quello vero) impone da sempre, l’incolumità della ragazza per il vostro subconscio è indubbia: il buono, alla fine, vincerà.
Pochi attimi, una corsa in auto contro il tempo. Scene frenetiche, l’incidente, la fuga a piedi e siamo li, in ginocchio, ai piedi di quella cunetta, quella maledetta cunetta terrosa. Il fratello minore di Joel – Tommy – salva la vita al protagonista. Spara dritto nei timpani di un militare che aveva ricevuto ordine di uccidere ogni superstite che stesse cercando di fuggire dalla città. Tutto sembra andato per il verso giusto. Il lieto fine è, come sempre, garantito. Questo fino a quando la telecamera di gioco cambia angolazione. Inquadra la destinazione dell’unico colpo esploso dal militare prima di crollare a terra esanime. Sarah è morta.

“I giocatori più freddi sentiranno il cuore vibrare, i più emotivi, fermarsi”…

«”Non è possibile, non è possibile”» continuavo a ripetermi. «”Non può essere davvero successo. Ora cambio inquadratura e ci sarà un colpo di scena. Sarah è sicuramente viva”». Ma il tempo di pensare al colpo di scena non è concesso, il filmato successivo indica “20 years later” e l’espressione di Joel ormai brizzolato spezza ogni dubbio. Sarah è morta 20 anni prima.

Banale, alcuni diranno. Rivoluzionario, oserei dire io. The Last of Us cambia le regole del “gioco” in meno di 10 minuti dall’inizio e garantisce al giocatore un’esperienza di gioco unica nel suo genere. Unica in tutto il panorama videoludico.

Il legame che Naughty Dog riesce a creare tra videogiocatore e personaggi in-game è qualcosa che non si vede molto spesso. Anzi, che non si vede quasi mai…
Parliamo di Ellie, la co-protagonista di gioco nonché protagonista assoluta del secondo capitolo prossimamente in arrivo. Chi di voi ha giocato a TLOU non potrà che confermare quanto segue: emozioni. Emozioni forti che il gioco esprime con un semplice, ma esplicativo, atto: lo sguardo.
La direzione artistica e tutto il team del reparto game designer è riuscita incredibilmente a riprodurre dei veri sentimenti. Sentimenti che vengono trasmessi al giocatore attraverso lo sguardo di un personaggio fittizio dietro al piccolo schermo di un TV. Sguardi in grado di creare “terremoti” in tutti noi, i quali si riattivano ogni qualvolta un’immagine di Ellie ci si presenta davanti alla home-page di Facebook, Instagram, o di qualsiasi altro social media posseduto.

“Vi bloccate e, in un tal senso, vorreste aprire lo schermo del vostro TV per entrare in gioco ed abbracciare Ellie”…

  • Ellie: Giuramelo! Giurami che tutto quello che mi hai raccontato sulle Luci è vero.
  • Joel: Lo giuro.
  • Ellie: Ok.

Bastano due lettere, “Ok”, e dallo sguardo ferito di Ellie traspare un infinito senso di vuoto. “La prima sensazione che proverete nel sentirla è un brivido che vi passa lungo tutta la schiena. Vi bloccate e, in un tal senso, vorreste aprire lo schermo del vostro TV per entrare in gioco ed abbracciare Ellie”. Due occhi profondi che sembrano disegnati su 5 dimensioni, nei quali si celano gli orrori che una piccola ragazzina “speciale” ha dovuto subire sulla propria pelle. Non negatelo, quel discorso tra Joel ed Ellie vi ha aperto nel cuore una ferita tutt’oggi ancora sanguinante. La ragazza, probabilmente, aveva già capito tutto, ma non osò.

Ovviamente, come qualsiasi piccola o grande opera, l’universo di TLOU non è destinato a piacere a chiunque indistintamente dalle proprie preferenze. Alcune persone dichiarano di aver trovato TLOU “un pò’ troppo lento”. Altre, invece, lo hanno percepito come “il solito survival-horror post-apocalittico dalla trama scontata”.
Fidatevi però ragazzi se vi dico che The Last of Us ancora oggi è in grado di regalare emozioni uniche. Emozioni forti. Se non lo avete ancora giocato, giocatelo! O meglio, VIVETELO!

Parliamo ora di Neil Druckmann, mente geniale da cui è nato l’intero progetto…

Neil Druckmann, al tempo, era appena stato consacrato come “uno dei migliori sviluppatori di videogiochi degli ultimi anni”. Cresciuto come stagista tra le file dei ragazzi di Naughty Dog, Neil impiegò poco tempo prima di far conoscere al mondo le sue reali doti di programmatore. Reduce dal successo planetario riscontrato con il primissimo lavoro sotto la sua completa direzione “Uncharted: Drake’s Fortune” (fino ad allora, Neil aveva lavorato come semplice programmatore in ND, contribuendo allo sviluppo di titoli del calibro di Jak 3 e Jak X), l’israeliano ha saputo bissare il successo anche nel secondo progetto affidatogli, ovvero “Uncharted 2: Il covo dei ladri”. Di conseguenza, ottenne così l’ambito ruolo di direttore creativo in The Last of Us.

Druckmann è un ragazzo di 41 anni che fino all’età di 10 vive nel proprio paese d’origine, in Israele, lontano da tutta la tecnologia che oggi lo affianca sul lavoro. In pochi anni, “Druck” è riuscito a diventare il “programmatore e scrittore di fama mondiale” che noi tutti conosciamo, sviluppando IP colonne portanti delle più recenti console videoludiche quali Uncharted e TLOU. Arrivando, infine, oggi a ricoprire (sentite, sentite!) il ruolo di vicepresidente della software house che lo ha lanciato nel Phanteon degli sviluppatori, Naughty Dog!

The Last of Us – Il gioco che rivoluzionò il concetto di “capolavoro videoludico”

Tocchiamo ora un tema caldo (o forse meglio dire, bollente!). Confido dunque nella vostra comprensione nel proseguimento della lettura, prima che imbracciate armi e forconi per condannare la mia presa netta di posizione… Siete pronti?

Con TLOU sono certo di trovarmi difronte ad un vero capolavoro videoludico (DONNNG). Un gioco capace di rivoluzionare l’intero panorama del settore!

Cosa intendo con questo? Andiamo con ordine:

A seguito della presentazione ufficiale agli Spike Video Game Awards, TLOU venne letteralmente sommerso da feedback positivi provenienti da ogni dove, sia da parte della stampa specializzata, sia da parte del pubblico.

Nel 2012, durante l’Electronic Entertainment Expo 2012 (E3 2012), The Last of Us venne premiato come miglior gioco presente all’evento, portando a casa ben 5 premi dei 20 totali disponibili che di seguito vi elenchiamo:

  • Miglior presentazione
  • Gioco più originale
  • Miglior gioco per console da casa
  • Miglior gioco d’avventura
  • Premio speciale per il sonoro

Meno di 2 anni dopo, più precisamente il 14 giugno 2013 (20 giugno in Giappone), TLOU uscì ufficialmente nei negozi di tutto il mondo, venendo catalogato fin da subito dalla stampa internazionale come “il capolavoro di un’intera generazione di console”.

Da lì in poi, TLOU ricevette una miriade di ulteriori feedback positivi. Vendendo 3,4 milioni di copie in tutto il mondo in meno di un mese, l’action-adventure di ND ottenne il riconoscimento di “videogioco PlayStation 3 più venduto dell’anno 2013”.

Critica specializzata e pubblico accolsero TLOU nel migliore dei modi, premiandolo oltre 200 volte come “Gioco dell’anno”. Anche nelle recensioni ufficiali, difatti, il titolo fu un successo planetario indiscusso, condiviso da tutte le principali testate giornalistiche del mondo. Attestando il proprio punteggio sui due principali siti di aggregazione online a 95.04/100 e 95/100 (rispettivamente su GameRanking e Metacritic).

Curiosità:

The Last of Us ha venduto oltre 20 milioni di copie in tutto il mondo (dato certificato – ottobre 2019)

In Europa, Naughty Dog pubblicò The Last of Us in 3 edizioni differenti:

  • Standard edition
  • Ellie edition
  • Joel edition

In America, invece, fu reso disponibile in altrettanti formati ma di diversa fattura:

  • Standard edition
  • Survival edition
  • Post-Pandemonic edition (quest’ultima con la peculiarità di includere una statuina del gioco alta 30cm realizzata da Project Triforce)

La colonna sonora del gioco, premiata durante l’E3 2012 con il riconoscimento di “Premio speciale per il sonoro”, fu realizzata dall’argentino Gustavo Santaolalla, di cui di seguito vi elenchiamo i brani:

  • The Quarantine Zone (20 Years Later) – 3:40
  • Forgetten Memories – 1:07
  • The Hour – 1:01
  • Vanishing Grace – 2:06
  • The Hunters – 2:00
  • All Gone – 1:13
  • The Outbreak – 1:31
  • Vanishing Grace (Innocence) – 0:55
  • The Last of Us – 3:03
  • By Any Means – 1:53
  • The Choice – 1:42
  • Smugglers – 1:38
  • The Last of Us (Never Again) – 1:01
  • The Last of Us (Goodnight) – 0:51
  • I Know What You Are – 1:21
  • Home – 3:08
  • Infected – 1:16
  • All Gone (Aftermath) – 1:04
  • The Last of Us (A New Dawn) – 2:28
  • All Gone (No Escape) – 2:54
  • Vanishing Grace (Childhood) – 1:41
  • The Path – 1:29
  • All Gone (Alone) – 1:22
  • Blackout – 1:38
  • The Way It Was – 1:31
  • Breathless – 1:24
  • The Last of Us (You and Me) – 2:08
  • All Gone (The Outside) – 1:58
  • The Path (A New Beginning) – 2:47
  • Returning – 3:35

Il 12 ottobre 2012, durante il New York Comic, fu annunciato “The Last of Us: American Dreams”, prequel a fumetti di quattro volumi incentrato sull’infanzia di Ellie prima dell’incontro con Joel e della sua amica Riley.
Il fumetto è disponibile sul mercato dal 3 aprile 2013 e vede la partecipazione nella sua stesura del “padre creatore” Neil Drukmann.

Nel marzo 2014 fu annunciato un adattamento cinematografico del titolo, con sceneggiatura a cura di Neil Drukmann. La pellicola attualmente è ancora in fase di sviluppo e non abbiamo ulteriori informazioni riguardo una più precisa data d’uscita. Conosciamo però il publisher che ne gestirà la distribuzione, ossia la sussidiaria di Sony “Screen Gems”. La produzione del film sarà invece affidata alla “Ghost House Pictures“, già autrice della trilogia di Spider-Man.

Nel 2020, infine, The Last of Us è stato premiato come “Miglior gioco degli ultimi 12 anni” dall’organizzazione britannica British Academy of Film and Television Arts (BAFTA), a seguito di una votazione tenuta online e avente come oggetto tutti i Game of the Year degli ultimi 12 anni.

Chiuso il capitolo The last of Us, passiamo a The Last of Us: Part II. Sarà in grado di soddisfare le nostre aspettative?

The Last of Us Parte II

Partiamo da un presupposto molto semplice: se un titolo ottiene la fama di capolavoro, non significa che un probabile sequel lo sia altrettanto. La fama non si compra, si guadagna!

Detto questo, The Last of Us: Part II ha tutte la carte in regola per bissare il successo del primo capitolo, salvo “ribaltoni” in Naughty Dog che potrebbero averne compromesso la fattezza finale.

TLOU:P-II arriva in un momento “storico” scomodo, dovendo confrontarsi fin da subito con titoli “sontuosi” del calibro di Cyberpunk 2077, Ghost of Tsushima o lo stesso Sekiro: Shadows Die Twice (fresco di Goty 2019) per citarne alcuni . Il margine di errore in ND sarà minimo. Se The Last of Us è stato – contro ogni ragionevole dubbio – la punta dell’iceberg di PlayStation 3, oltre la quale l’hardware non poteva più spingersi. TLOU:P-II dovrà ripetersi, spremendo al massimo l’hardware PlayStation 4 Pro e portando la console ai limiti tecnici oltre i quali, oggettivamente, non potrà più spingersi. Questo è necessario e categorico per ripetere l’impresa titanica del primo capitolo.

E se l’attesa di The Last of Us: Part II fosse essa stessa The Last of Us: Part II?

 

Scherzi a parte, possiamo dunque concludere con una certezza che renderà tutti gli amanti dei videogiochi fieri di appartenere a questo mondo: il mondo del cinema e quello dell’intrattenimento videoludico sono ormai prossimi ad unirsi tra loro, con le grandi produzioni degli ultimi anni a farne da garante. Un traguardo “irraggiungibile” se pensiamo al videogioco di 20 anni fa, quando cinema e console erano così distanti da sembrare due rette parallele. Invece oggi siamo qui, con le lacrime agli occhi, ad osservare ogni nuova grande uscita sul mercato con un filo di nostalgia che ci lega indissolubilmente al nostro passato videoludico. Sia esso nato con l’Atari, con il SEGA, con le prime Nintendo, con PlayStation, oppure con Xbox e destinato ad evolversi con Stadia e le future tecnologie che verranno, come ad esempio lo splendido servizio PlayStation Now offerto da Sony.

Se volete proseguire la discussione, sarò lieto di commentare insieme a voi eventuali dubbi o domande relative a The last of Us: Part II! Ci sentiamo nei commenti. Alla prossima, ragazzi!

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