Shovel Knight – Recensione

Shovel Knight è a tutti gli effetti un capolavoro del genere, un omaggio alla gloriosa epoca 8-bit ed un gioco che farà felici tutti i veri amanti del retrogaming. Pur non innovando ed inventando nulla, il suo gameplay semplice e preciso, la difficoltà ben bilanciata, l'ottima grafica e l'azzeccatissima colonna sonora, rendono questo titolo imprescindibile per i gamer d'annata. Non fatevi spaventare dal costo leggermente alto per essere un titolo disponibile solo su PlayStation Store, il fatto che sia cross-buy per tutte e tre le piattaforme, unito all'elevata qualità della produzione, valgono sicuramente il prezzo del biglietto.

Dopo aver invidiato per mesi i possessori di WiiU, 3DS e PC, adesso anche noi abbiamo potuto finalmente toccare con mano la perla che andremo a recensire in questa pagina. Disponibile per PlayStation 4, PlayStation 3 e PS Vita con la mai troppo decantata formula cross-buy, noi lo abbiamo testato sull’ultima console partorita da Sony. Continuate a leggere e capirete perché ci siamo innamorati di Shovel Knight, in memoria dei tempi che furono.

Il passato non muore mai
Pur avendo una trama che risulta un mero pretesto per dare il via all’avventura, iniziamo parlandovi dell’aspetto narrativo del titolo. Il protagonista Shovel Knight e l’amata Shield Knight erano impegnati a ripulire castelli dalle forze del male, finché un giorno i due vennero maledetti e separati. Fortemente depresso per la perdita avuta, Shovel Knight smise di combattere, per poi tornare in azione con la fidata pala, spinto dal senso di giustizia, vista la presenza di una nuova minaccia per il regno.
È bene dire fin da ora che Shovel Knight, a livello di gameplay, non inventa nulla, bensì prende elementi da titoli classici e moderni, fondendoli alla perfezione. Se dovessimo descriverlo il più rapidamente possibile, si tratta di un platform bidimensionale con livelli e boss ispirati ai Mega Man su NES, con elementi dei primi Zelda, Castlevania e Metroid, una mappa in stile Super Mario Bros. 3 ed una meccanica post-mortem alla Dark Souls. Insomma, anche se Shovel Knight prende ispirazione, talvolta copiando spudoratamente dai giochi citati, il tutto è mescolato talmente bene che la cosa non ci ha dato affatto fastidio, anzi.
Abbiamo innanzitutto una world map ispirata alla terza reincarnazione di Super Mario per NES, nella quale possiamo scegliere che livelli affrontare, visitare un villaggio dove potenziare salute e magia del nostro eroe e molto altro ancora. Per non parlare di livelli segreti e boss facoltativi, tra i quali spicca un famoso spartano tanto amato dai veri fan PlayStation.
Addentrandoci meglio nel succo del gioco e tenendo conto delle premesse fatte poco fa, il nostro eroe si deve far strada a colpi di pala, la quale può essere usata sia orizzontalmente che dall’alto verso il basso dopo ogni balzo. Queste abilità di base servono sia a sconfiggere i nemici che a danneggiare e distruggere alcuni elementi nei livelli, i quali sono pieni di segreti scovabili solo dai giocatori più smaliziati. I controlli sono semplici, intuitivi ed estremamente precisi, come insegnano i platform vecchia scuola da cui questo Shovel Knight ha preso ispirazione.

Di vitale importanza è l’oro guadagnato completando i livelli ed esplorando per bene gli stessi, con i bottini più consistenti nascosti nelle aree segrete appena citate. L’oro è utile all’acquisto di vari oggetti, reliquie e calici, oltre che per incrementare i punti vita e magia del nostro personaggio. A proposito di reliquie, si tratta essenzialmente di particolari abilità aggiuntive che possono essere apprese dal nostro alter ego, tra cui lo scatto in aria, la possibilità di piazzare piattaforme aeree o attaccare i nemici a distanza e via di questo passo.
Non neghiamo che Shovel Knight sia difficile rispetto alla quasi totalità dei titoli moderni, ma non risulta mai frustrante come i vecchi giochi che hanno fatto la storia delle console ad 8 e 16-bit. Tutto ciò grazie ad una curva di difficoltà ben bilanciata, al buon numero di checkpoint ed al fatto che le vite sono infinite. A riequilibrare le carte in tavola e tornando a parlare dell’oro, entra in gioco una meccanica che gli amanti di Dark Souls conoscono a menadito. Ogni volta che moriamo, infatti, una parte del bottino viene lasciata nel punto in cui ci abbiamo lasciato le penne, costringendoci a recuperare il tutto senza morire nuovamente per non perdere definitivamente i sudati guadagni. Non solo, le sfere di vetro che fungono da checkpoint possono essere distrutte in via definitiva per raccogliere parecchio oro aggiuntivo ma diminuendo le possibilità di sopravvivenza.
La longevità di Shovel Knight si attesta sulle 6/7 ore, ma è possibile avviare l’immancabile new game + per alzare l’asticella del monte ore e della difficoltà. In questa modalità, infatti, il protagonista subisce il doppio dei danni ed il numero dei checkpoint risulta ridotto rispetto alla prima partita. Non solo, gli sviluppatori di Yacht Club Games hanno annunciato che verranno rilasciati dei DLC gratuiti per il titolo. Come facciamo a non volergli bene?

Stile in 8-bit
Anche a livello tecnico, Shovel Knight ricorda molto i platform dell’era 8-bit, in particolare i titoli che abbiamo citato più volte in precedenza. Nonostante la palette cromatica risulti limitata a 256 colori, la grafica è pulita, definita, luminosa e, scusate il gioco di parole, colorata. Gli sfondi sono gestiti con un buon numero di strati realizzati con la tecnica del parallax scrolling e risultano davvero belli da vedere in movimento. A completare il quadro grafico, dobbiamo ammettere che le animazioni sono ben fatte e sia la direzione artistica e le espressioni dei personaggi sono di buon livello, considerati i limiti nella risoluzione nativa, nei colori e nel numero di sprite gestiti dal motore. I livelli presentano tutti i cliché e le ambientazioni che ci si aspetterebbe da un titolo del genere, con una varietà nel level design che abbiamo visto raramente nelle tante operazioni nostalgia venute prima di questo Shovel Knight.
Se già abbiamo elogiato la grafica retrò del titolo, i chiptune e gli effetti sonori in 8-bit vanno oltre, regalandoci motivi che faremo fatica a rimuovere dal nostro cervello, grazie ad una qualità a dir poco eccellente. Per carità, probabilmente tali musiche non rimarranno impresse nella memoria per anni come fecero quelle dei giochi Nintendo e Sega delle ere a 8 e 16-bit, ma poco importa, a noi sono piaciute parecchio.
Giusto per essere pignoli, abbiamo notato qualche piccolo errore di traduzione in italiano, sui quali possiamo tranquillamente chiudere ambedue gli occhi, vista la natura indie del titolo ed il fatto che gli sviluppatori si sono impegnati nel tradurlo anche per il pubblico nostrano.

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Davide Begni
Davide Begnihttps://www.playstationzone.it
Appassionato di console Sony, ha un debole per Sonic e per la saga di Metal Gear, ma in generale non disdegna nessun genere, eccezion fatta per la maggior parte dei giochi di ruolo e titoli sportivi. La sua carriera videoludica inizia a cavallo tra gli anni '80 e '90 su Master System e Game Boy, andando a toccare tutte le console casalinghe e portatili prodotte da Sega e Nintendo fino alla prima metà degli anni '90. È passato al lato oscuro di Sony grazie alla prima PlayStation, brand a cui si è affezionato da allora fino ai giorni nostri, pur avendo avuto delle piccole parentesi dedicate al mondo PC e ad altre console. Non ditelo in giro, ma ha un'insana devozione per il Mega Drive, console che spesso e volentieri ricollega alla TV in memoria dei vecchi tempi.

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