Death Stranding – Recensione

Death Stranding è uno di quei titoli che arrivano raramente sul mercato. Qualcosa come una manciata di volte ad ogni generazione di console. È uno di quei titoli che lascia il segno nel cuore dei videogiocatori grazie ad una trama, dei personaggi ed un tocco artistico sublimi ed impossibili da dimenticare. Nonostante il gameplay non raggiunga la stessa eccellenza della narrazione, possiamo dire che è altamente riuscito, con una mole di dettagli capaci di renderlo unico. Ciò che riteniamo essere il miglior pregio dell'intera produzione è il multigiocatore asincrono, nel quale viene infuso quel concetto di legame che sta alla base del nuovo videogioco di Hideo Kojima. Qualcosa in grado di unire i videogiocatori senza essere necessariamente vicini fisicamente, dando la possibilità a tutti di poter contribuire a qualcosa di più grande e meraviglioso. Per concludere, l'utilizzo del Decima Engine si è mostrato pressoché eccellente, stipulando quello che è un nuovo benchmark per la console ammiraglia di Sony. Assolutamente raccomandato da PlayStation Zone.

Death Stranding, un nome, una grande attesa. Anni di mistero ed una comunicazione criptica per un’operazione di marketing gestita in gran parte da Hideo Kojima. Lo stesso Kojima che, grazie anche alla sua sconfinata popolarità nell’industria videoludica, ha assunto per tantissimi suoi “seguaci” un ruolo, se vogliamo, da messia. Per anni, infatti, messaggi come “non siamo ancora pronti” hanno impazzato per il web, quasi a diventare un motto ad accompagnare lo sviluppo di questo kolossal. Prima di giungere finalmente sul mercato, l’importanza attribuita a Death Stranding ha raggiunto picchi altissimi, se non inimmaginabili. Questo soprattutto al proprio stimatissimo autore, padre della leggendaria saga di Metal Gear Solid, ma anche grazie ad un team di sviluppo dal notevole talento. Infatti, nonostante si parli di un’opera strettamente legata alla propria autorialità, dietro alla sua nascita, sviluppo ed arrivo sul mercato, è fortemente presente il duro lavoro di uno staff eccezionale. Il quale ha consegnato nelle nostre mani un prodotto incredibile, in appena tre anni di sviluppo e partendo praticamente da zero.

All’annuncio, Death Stranding era solamente un teaser trailer, creato con un paio di telecamere per la motion capture e Norman Reedus. Non erano addirittura in possesso di un effettivo engine su cui lavorare. Da quel momento, il progetto prese forma attraverso continue comunicazioni criptiche che, fino al trailer di lancio, hanno formato un mosaico sempre più completo e complesso. Uno sviluppo da AAA avvenuto in tempi molto stretti, considerando soprattutto quelle che sono le normali tempistiche di una grande produzione. Tre anni dopo il suo annuncio eccoci qui, finalmente Death Stranding è sugli scaffali di tutti i negozi e noi di PlayStation Zone siamo pronti a parlarvene in questa nostra recensione.
AnteprimaProdottoVotoPrezzo
Death Stranding Death Stranding Nessuna recensione 59,99 EUR

Death Stranding: Tomorrow is in your hands

Death Stranding, prima di essere un’esperienza ludica, è il simbolo del grande ritorno nell’industria per Hideo Kojima. Soprattutto dopo che la diatriba avvenuta con Konami, nel pieno periodo Metal Gear Solid V: The Phantom Pain, ha fatto si che il rinomato game designer si allontanasse dai riflettori per un po’ di tempo. Ovviamente, i motivi reali per cui è avvenuta tale separazione rimangono ancora ignoti, seppur in parte è possibile intuire cosa sia successo realmente. D’altronde, non è ciò su cui vogliamo focalizzarci.
Il nuovo kolossal firmato “A Hideo Kojima Game” ci ha letteralmente colpiti, lasciando un segno indelebile nel nostro bagaglio culturale da videogiocatori. Merito soprattutto del costante supporto ricevuto da Sony, che in primis ha fornito le risorse necessarie a stabilire un team di sviluppo (oggi conosciuto come Kojima Productions), ed al grande contributo offerto dai team interni dell’azienda nipponica.
Mentre i fedelissimi dello sviluppatore si ritrovano all’interno di un contesto molto familiare, per il grande pubblico Death Stranding è un prodotto che assume un ruolo dirompente all’interno dell’opinione generale, spaccandola in due schieramenti contrapposti.

La nuova produzione di Kojima Productions non è a tutti gli effetti qualcosa di rivoluzionario o impensabile, tanto meno risponde alla richiesta di “salvezza” da parte di un’industria che per molti ha raggiunto la deriva. Death Stranding, più che essere un videogioco, è un’esperienza, la quale vuole veicolare un messaggio verso coloro che decideranno di immergersi in questa avventura. Proprio come titoli del calibro di Journey o Shadow of the Colossus, nei quali l’atmosfera prevale su quella che è in fin dei conti la parte ludica della produzione, Death Stranding vuole rompere quella barriera che separa i videogiochi dal cinema, riuscendoci con risultati davvero notevoli. Questo traguardo è stato reso possibile grazie al coinvolgimento di un cast di attori fenomenale, i quali hanno permesso alla produzione di Hideo Kojima di avvicinarsi ai livelli di un prodotto cinematografico di caratura invidiabile. L’esecuzione attoriale dei vari Norman Reedus e Mads Mikkelsen, giusto per citarne alcuni, ha dato vita a dei filmati sì prolissi, ma spettacolari ed impeccabili, avallati da una regia incredibile. Qualitativamente parlando, la narrazione raggiunge livelli altissimi, qualcosa che solo pochi altri titoli di questa generazione di console sono riusciti a creare. Il tutto senza lasciare nulla al caso.

La qualità della narrazione, scritta e diretta da Kojima, si districa all’interno di un universo veramente complesso. Esplorando soprattutto temi come la morte, legami che uniscono e che separano, fino a giungere quel fantapolitico di cui si sentiva tanto la nostalgia. La trama ha quel sapore di mistero che, in collisione con un gameplay particolare, stimola il giocatore ad affrontare un viaggio incredibile destinato a riconnettere l’UCA (Città Unite d’America), nonché plot fondante di Death Stranding. Ed è quasi assurdo come in realtà tutto passi in secondo piano, nel momento in cui il vero obiettivo, da videogiocatore, è quello di vivere il viaggio. Un viaggio che assume una simbologia estremamente potente in questa momentanea esclusiva PlayStation 4. L’inizio di tutto si prende i suoi tempi, impegnandosi a in una fase introduttiva lineare ma efficace, giusto il necessario per entrare nel vivo dell’opera di Kojima. La scoperta della storia e di come si è giunti a questo fenomeno, da cui prende nome il titolo, si infittisce con le informazioni acquisite dai documenti. I quali, a loro volta, svelano retroscena importanti per la coralità della trama. In questo aspetto, possiamo dirci veramente soddisfatti della coinvolgente narrazione di Death Stranding. Oltre a giungere ad alcuni plot twist davvero sorprendenti, essa ha saputo mettere in campo dei personaggi incredibili grazie all’eccellente lavoro di character design, operato dal tocco di Yoji Shinkawa. D’altronde, riconosciamo che senza un cast stellare come quello impiegato, con una recitazione di altissimo livello, la trama di Death Stranding non avrebbe coinvolto così tanto il sottoscritto, rimasto affascinato dall’espressività dei volti di ognuno dei protagonisti.

Vivere il viaggio, passo dopo passo

Nel momento in cui scriviamo è ormai risaputo che il gameplay di Death Stranding è il principale motivo per cui, critica e pubblico, sono spaccati in due grossi schieramenti, generando una guerra fredda tutta videoludica. “Divertente o non divertente” questo è il dilemma amletico. In fondo, il titolo di Kojima Productions riprende a piene mani le basi di un’avventura dinamica, condita da alcune meccaniche che formano un gameplay piuttosto interessante, fondato puramente sull’esplorazione del mondo di gioco. Il “consegnare pacchi” passa quasi in secondo piano, nonostante sia il principale scopo del gameplay di questa produzione. Ciò, però, è tutto fuorché una passeggiata. Portare a termine un ordine di consegna può rappresentare una reale sfida. È imperativo saper progettare le varie tappe del viaggio, le quali vi portano da un punto A ad un punto B, poiché è possibile arrivare da ogni direzione nella maniera che preferite. Data la complessità del mondo di gioco, il quale non si limita soltanto ad offrire dei paesaggi maestosi sia in grandezza che in bellezza, avere ben chiara la situazione morfologica di una determinata area di passaggio è importante, poiché questa si riflette sull’andamento della vostra consegna. Ed è forse questo il pregio più importante di un gameplay che, nella sua apparente monotonia, si rivela più che variegato, entrando di conseguenza in un circolo vizioso gradevole. Pianure, colline, montagne, terreni scoscesi, pendenze e condizioni climatiche sono fattori da tenere in considerazione durante un ordine. Ogni carico sulle nostre spalle può subire danni, Sam può cadere, sbilanciarsi e scivolare nonostante la sua forza atletica, mettendo a rischio l’integrità del carico. In questo gameplay la fisica è fondamentale, nonostante rimaniamo sempre nei canoni di un arcade. La produzione non punta su un totale realismo, rappresentando un compromesso quasi necessario per la riuscita di una parte ludica che ci ha colpiti.

Qui entrano in gioco anche altre piccole meccaniche, appena accentuate ma comunque tangibili tra una consegna e l’altra. Death Stranding, nel suo complesso, si rifà ad alcuni elementi survival per aggiungere un altro tassello al livello di sfida del gameplay. Questo obbligando a tener d’occhio l’energia del buon Sam, fondamentale per poter superare maggiori ostacoli. Si tratta di un gameplay che, alla vista, potrebbe apparire noioso, ma che presenta piccoli dettagli che danno vita ad una coralità ludica davvero notevole: mantenere l’equilibrio con i carichi molto pesanti, poterli trasportare in svariati modi (schiena, mano, carretto o veicolo), fare attenzione alle condizioni climatiche come la cronopioggia, la quale deteriora i pacchi, e la crononeve, la quale li deteriora ancor più velocemente. Anche gli ordini, a loro volta, aggiungono quel pizzico di varietà dividendosi in quattro categorie. Ognuna delle quali propone delle condizioni diverse, come sfide a tempo o integrità di un carico molto fragile. Infine, l’aggiunta di una valutazione finale garantisce quella nota arcade gradevole e molto giocosa alla produzione di Kojima. Se ciò non bastasse, è possibile accedere ad un livello di difficoltà maggiore e di conseguenza ottenere ricompense migliori, grazie anche alle spedizioni premium.

Sfruttare l’attrezzatura per riunire l’America

Tornando al discorso del viaggio, costituito a sua volta dai tantissimi fattori che abbiamo appena visto, il titolo mette a disposizione vari strumenti utili per la riuscita di un incarico. Ognuno di essi è stato ben bilanciato, in modo tale da non escludere nessun altro strumento. La loro utilità è incredibile: aggiungono una maggiore profondità al gameplay, creando infinite variabili nel percorso da noi progettato e facilitandone soprattutto il passaggio. Ogni attrezzatura non esclude l’altra: ciascuna di esse aiuta Sam nella scalata o nell’attraversamento di alcune aree,  siano esse fiumi particolarmente agitati – attraversabili anche a piedi, ma facendo i conti con la corrente – o canyon quasi abissali. Anche l’utilizzo di un esoscheletro si rivela fondamentale per la consegna di un carico: con uno potente è possibile trasportate una maggiore quantità di peso, con uno multiterreno, invece, si possono affrontare terreni particolarmente ostici con minore difficoltà. Parallelamente alla progressione, dunque, vi è uno sblocco di nuovi strumenti, attrezzatura, armi e veicoli. Elementi il cui utilizzo risulta quasi obbligatorio per portare a termine un determinato incarico, seppur non vi è alcuna costrizione di utilizzo. Insomma, gli strumenti per ricollegare le Città Unite d’America sono a nostra completa disposizione e sta a noi scegliere come impiegarli nella principale missione di Death Stranding.

Ma come avviene questo collegamento delle UCA? In quell’America utopica costruita da Kojima, ormai frammentata dopo il Death Stranding, la popolazione americana vive in tanti rifugi disseminati da est ad ovest. Il compito di Sam è quello di riunificare tutte le città, da costa a costa, così da poter dare lustro alla nuova nazione ed infondere nuova speranza per il genere umano. Il “riconnettere l’America” consiste nel collegare alla rete chirale tutte le strutture, le quali entreranno a far parte delle UCA stipulando un contratto. Ciò avviene soprattutto attraverso la progressione della storia, mentre altre strutture andranno scovate o fidelizzate per convincerle ad entrare a far parte della nuova nazione. Queste strutture svolgono diverse funzioni nel compendio ludico di Death Stranding. La funzione principale è il “rifugio”, con un vero e proprio hub nel quale è possibile raccogliere i vari ordini, prepararsi per il prossimo viaggio fabbricando l’attrezzatura, oppure riorganizzarsi e riposarsi. Queste strutture, fidelizzate attraverso un sistema che lega il protagonista all’apposito rifugio, garantiscono lo sblocco di nuovi elementi tra cui materiali ed attrezzature migliori, oltre all’ampliamento della banda chirale che vedremo tra poco. D’altro canto, l’inclusione di altre strutture alla rete chirale permette di avere piena visione di quella determinata area. Avere dei punti di riferimento nella mappa è estremamente importante poiché bisogna aver sempre chiaro il percorso progettato.

Quando l’attore prevale sul personaggio

In ogni centro logistico o città in cui sosteremo è presente una stanza privata. In questo luogo possiamo dire che l’attore, Norman Reedus, prevale sul personaggio da lui interpretato, ovvero Sam. Infatti, vi è una sorta di dualità nel personaggio e la si nota soprattutto quando entrerete all’interno della vostra stanza privata. Il comportamento cambia totalmente, quasi da non riconoscere quello che è il profilo caratteriale di Sam Porter Bridges, e lo si potrebbe contestualizzare in vari modi. Eppure, data la sua innocua funzione, la stanza privata è un vero toccasana per il nostro corriere, egli può rifocillarsi e recuperare le forze per tornare nuovamente operativo. Prima che ciò accada, però, bisogna anche lasciarsi andare a delle comode distrazioni per allentare la tensione. Ed è proprio qui che il personaggio di Sam si dissolve per lasciare spazio a colui che lo interpreta. Sono le minuzie apportate che rendono questa piccola area relax un buon modo per distaccarsi dall’affascinante viaggio, con interazioni con l’ambiente alquanto simpatiche e gradevoli. Anche l’interazione con Sam è davvero stupefacente e la si può assaporare attraverso le sue espressioni, gestualità ed azioni che commette all’interno della stanza privata. Questo assieme ad altre piccole chicche sbloccabili man mano che si progredisce in Death Stranding.

I pericoli di un mondo ormai spiaggiato

Usciamo dai comfort che un buon materasso può darci, prendiamo l’ascensore e rieccoci all’aperto, in quell’America tramortita dal fenomeno del Death Stranding. Dopo tale evento, vita e morte sono strettamente collegate. Mentre la vita prosegue il suo percorso, la morte dall’aldilà irrompe nella nostra realtà sotto forma di creature classificate come CA, le creature arenate, che trascinano i vivi in una melma oscura che conduce alla miglior vita. Esse però, nonostante la loro pericolosità e quel fascino horror che non guasta mai, non rappresentano – in termini ludici – una grande minaccia per il nostro Sam. Infatti, basterà optare per un approccio stealth qualora ci s’imbatta in un’area dominata da esse. Inoltre, qualora catturassero Sam, apparirà quella che possiamo definire una boss battle. Dalla melma nera uscirà una grande creatura lasciandoci, fortunatamente, due opzioni: combattere o fuggire. In entrambi i casi non vi sono grosse difficoltà nell’approcciare tali creature, poiché esse vengono sminuite da un’intelligenza artificiale piuttosto scarna e lenta ad agire. Nonostante non vi sia un vero game over a decretare la vostra morte (mentre perdere il carico di una missione principale vi farà ricominciare dall’ultimo checkpoint), ci saremmo aspettati sicuramente una maggiore pericolosità da queste CA. Anche al livello di difficoltà massimo si stato optato per un livello di sfida piuttosto basso, forse per garantire una fruizione meno stressante. Le CA possono essere affrontare anche a viso aperto usando delle apposite armi, le quali sono in grado di neutralizzarle con estrema facilità. Questo affievolisce, ancora una volta, quella che poteva essere una minaccia più concreta. In ogni caso, le creature arenate non sono l’unica minaccia presente.

Così come le CA rappresentano un pericolo per l’umanità, anche alcuni gruppi mercenari ed estremisti minacciano l’incolumità dei carichi di Sam. I Muli sono dei corrieri piuttosto fanatici, vivono per rubare e consegnare il carico dei poveri sventurati, aggredendoli in gruppo con una determinata efferatezza. Proprio in questo caso entra in azione un determinato particolare del gioco, il quale contestualizza la scelta della non violenza. Uccidendo gli esseri umani, come Muli e terroristi, da vita a nuove CA. Tale meccanica viene ampiamente esplicata all’interno della produzione, ma lo stesso autore consiglia un approccio non letale. I modi per attuarlo di certo non mancano, così come gli strumenti per agire vengono forniti man mano. Per combatterli è possibile utilizzare il carico stesso come arma, colpendo il nemico fino a tramortirlo e fuggire in totale tranquillità. I Muli, però, sono un gruppo di corrieri molto aggressivo. Essi sono muniti di lance elettriche in grado di bloccare anche i veicoli da noi utilizzati per il trasporto, ma soffrono come le CA di alcune lacune nell’intelligenza artificiale. Affrontare dunque un gruppo di nemici non è una sfida così ardua tanto da essere costretti a fuggire obbligatoriamente. A tratti risulta quasi controproducente non appropriarsi dei carichi contenuti nelle basi dei muli.

Per certi versi, questi due elementi aggiungono maggiore azione al gameplay di Death Stranding, sebbene con le CA si propenda per una componente stealth realizzata ad hoc. Nonostante non sia uno degli elementi fondamentali, sorprendentemente lo shooting funziona abbastanza bene, con un discreto feedback delle armi. Anche il combattimento melee si è mostrato piuttosto goffo, non molto lontano da quello già assaporato in Horizon: Zero Dawn dei colleghi di Guerilla Games. Ad ogni modo, il combattimento si mostra nel complesso abbastanza riuscito. Dopotutto Sam è solo un corriere, non un super soldato.

Un multigiocatore che unisce tutti

Il concetto dei legami, che è alla base della narrazione in Death Stranding, getta le fondamenta del cosiddetto “multigiocatore asincrono. Questa struttura online del titolo permette ai giocatori di interagire, attraverso una miriade di azioni,senza apparire fisicamente nella partita di un’altro. Si parla perlopiù di interazioni sociali, fatte in special modo di cartelli ed un sistema sociale che rispecchia quello che del fenomeno dei social network. Troviamo infatti un sistema basato sui “mi piace”, i quali possono essere erogati, ricevuti da altri giocatori oppure dagli stessi NPC. Non vi è proprio una grandissima utilità nel farlo, ma l’interazione con altri corrieri umani deriva proprio da questo scambio. Il gioco stesso fa leva sui “like”, tant’è che ad ogni consegna effettuata ed in base alla nostra prestazione da corriere riceviamo delle valutazioni in base ai “mi piace” ottenuti. Essi si guadagnano soddisfacendo determinate condizioni della missione.
Il multigiocatore asincrono non è tutto qui. Rifacendoci in parte alla creazione di strutture, le quali vengono letteralmente stampate utilizzando degli appositi moduli (CCP), possiamo aiutare altri giocatori indirettamente. Mi spiego meglio: creando una qualsiasi struttura tra quelle disponibili, non solo apparirà come previsto nella nostra partita, ma anche in quella di altri giocatori. Essi possono contribuire al miglioramento o alla costruzione di tale struttura donando dei materiali utili. Un esempio pratico è una strada, nella quale tutti i giocatori presso l’asfaltatrice possono contribuire alla costruzione donando dei materiali in loro possesso. Questo sistema si allarga alla creazione di veri e propri armadietti, in cui i giocatori possono conservare le proprie attrezzature, allo sfruttare i ricoveri costruiti da altri per riposarsi oppure utilizzare i ponti costruiti per superare un determinato fiume, canyon od ostacolo naturale.

In Death Stranding il concetto del legame viene espresso proprio attraverso questa componente online, la quale non è obbligatoria per godere appieno della trama ma comunque consigliata per vivere al massimo le peculiarità che più abbiamo amato della nuova opera di Hideo Kojima. La possibilità di poter contribuire, nel nostro piccolo, ad un qualcosa di più grande è sicuramente una delle cose meglio riuscite di tutta la produzione. Ciò non si limita soltanto alla creazione di nuove strutture, dato che è possibile condividere consegne, veicoli ed attrezzatura con altri giocatori. Tutto ciò è meraviglioso.
A rendere appagante questo comparto online è il sapere che qualcun altro ha utilizzato qualcosa creata con le nostre mani, ricevendo costanti feedback dal gioco stesso. Insomma, verrete avvisati ogni volta in cui avrete contribuito alla partita di un altro giocatore. Questo fattore, d’altronde, contribuisce al rafforzamento dell’unione della community che in questo momento sta giocando al titolo. Senza contare che i prossimi corrieri provetti potranno usufruire di ciò che abbiamo lasciato. Possiamo definirla come un’eredità tangibile, un metodo affascinante di lasciare il segno su un mondo di gioco in continua mutazione.

Un nuovo standard grafico per PlayStation 4

Kojima Productions ha saputo utilizzare con eccellenza il Decima Engine dei colleghi di Guerilla Games. Ciò che ne è venuto fuori è un nuovo standard grafico e tecnico per PlayStation 4. Il mondo di gioco è pregno di dettagli, con un’alta definizione nella conformazione del terreno, la quale vanta una cura mai vista in precedenza, almeno sulla console di casa Sony. Il realismo raggiunto è a dir poco incredibile e la varietà del paesaggio di certo non manca. Anzi, la vastità è stata ben gestita con biomi affascinanti e diversificati tra loro. La riproduzione delle condizioni meteorologiche risulta impressionante e la fisica la fa da padrona sul gameplay. Nonostante la sua natura arcade, attraversare un fiume o un’area innevata trasmette una sensazione di affaticamento, appesantendo i movimenti del nostro leggendario corriere e rendendo difficile spostarsi in condizioni simili. Anche alcune zone come pendii o terreni prevalentemente rocciosi sfidano l’equilibrio di Sam, incentivando ancora una volta quel realismo affascinante che aleggia su questo sistema di gioco.

Anche la regia, dal suo canto, è pressoché perfetta. Merito soprattutto dell’esperienza maturata da Kojima e dal lavoro svolto dal cast stellare. Abbiamo davanti a noi un character design impeccabile, avallato da una mimica dei volti digitalizzati impressionante. Le doti attoriali di ogni protagonista vengono impresse su schermo all’ennesima potenza senza badare ad alcun compromesso, raggiungendo e superando quel limite che separa il videogioco dal cinema. A tutto ciò si aggiunge una direzione artistica capace di immergere il giocatore in un mondo desolato. Accompagnandolo con musiche su licenza in grado di emozionare durante tutto il lungo e faticoso viaggio che siamo chiamati ad affrontare. Death Stranding presenta un doppiaggio italiano ottimo ed azzeccato, il quale riesce a trasmettere le emozioni provate da ogni determinato personaggio.
Infine, ci teniamo a sottolineare l’incredibile solidità raggiunta su PlayStation 4 standard. Durante la nostra prova – e tutt’ora – non abbiamo sofferto alcun tipo di calo nella prestazione, mantenendo i trenta FPS rocciosi, inamovibili in qualsiasi situazione. In parole povere, siamo dinanzi a un capolavoro tecnico e grafico su PlayStation 4. Peccato solamente per l’assenza di una modalità foto, la quale avrebbe potuto rendere giustizia alla bellezza dell’America di Death Stranding.

GUIDE TROFEI

Sid Meier’s Civilization 6 – Recensione

Uscito originariamente su PC nel 2016, il sesto capitolo della saga di Civilization è approdato anche su PlayStation 4 proprio il 22 Novembre di...

Shenmue 3 – Recensione

Shenmue, Yu Suzuki e FREE, tre nomi che hanno rivoluzionato l'industria videoludica. La serie di Shenmue, rimasta orfana di un seguito per 18 lunghi...

Narcos: Rise of the Cartels – Recensione

Quanti di voi hanno giocato, almeno una volta, ad un Tie-in? In quanti ne siete rimasti soddisfatti? Con l'approssimarsi della nona generazione di console,...

Blacksad: Under the Skin – Recensione

Ricordo abbastanza bene il teaser di annuncio di Blacksad: Under the Skin. Parliamo del 2018 e, per quanto non conoscessi le origini del brand,...
Matteo Murri
Appassionato di videogiochi e anime sin da tenera età, il suo primo videogioco fu Super Mario 64 per Nintendo 64, col tempo si affezionò alle console di Sony partendo appunto dalla prima Playstation. Oggi è un cacciatore di trofei su Playstation 4, predilige gli sparatutto, i titoli di corse e i picchiaduro, ma gioca veramente di tutto!

1 commento

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento!
Inserisci qui il tuo nome