Bloodroots – Recensione

Bloodroots, tutto sommato, è un prodotto valido e molto divertente. L'azione frenetica si sposa perfettamente con l'interazione ambientale, fornendo al giocatore un'ampia varietà di strumenti con cui massacrare i nemici. A conti fatti, ci rendiamo conto però che questo connubio tra action e platform non è propriamente perfetto e, il più delle volte, si trovano in forte contrasto tra loro. Se sentite il bisogno di un titolo che sappia tenere alta la vostra concentrazione, probabilmente Bloodroots farà al caso vostro.

Nel panorama indie troviamo tante piccole gemme, esperimenti non del tutto riusciti ed altri ancora che non riescono a convincere. Abbiamo inoltre visto come il metroidvania abbia spopolato nel mercato indipendente, tirando fuori pietre miliari come Hollow Knight, Dead Cells e Blasphemous. Altri titoli invece, come Celeste o il più venerato Undertale, hanno saputo conquistare pubblico e critica con quelle poche risorse che un piccolo sviluppatore può permettersi.

Saper creare una formula solida e vincente può generare un successo maggiore rispetto all’impiego di un budget più generoso, specie se quest’ultimo non viene sfruttato a dovere. Una formula che sembra promettente è quella proposta in Bloodroots da Paper Cult, il quale imbastisce un mix di beat’em up, azione frenetica e platforming in un prodotto che sprizza violenza gratuita da tutti i pori.  Lo abbiamo provato in maniera approfondita in questi giorni e ve ne parliamo in sede di recensione.

Bloodroots, guidati dalla vendetta

Bloodroots è un titolo che unisce platforming ed azione frenetica in un connubio capace di generare una violenza gradevole, in una sequela di combo a dir poco soddisfacente. Dopo che Mr. Wolf e i suoi scagnozzi hanno massacrato il villaggio del vostro alter ego virtuale, la vendetta scorre in lui nelle vene. Però, nel vano tentativo di ottenerla, egli viene giustiziato dal villain di turno. Da qui, di ritorno dal mondo dei morti, il nostro barbuto protagonista intraprende un viaggio scandito da tre capitoli in cui la parola d’ordine è massacro. La trama è un contorno rispetto alla portata principale, costituita da un gameplay mirato all’improvvisazione ed alla vena comica. Ispirato a un cult come Hotline Miami, Bloodroots ne segue pari passo le stesse meccaniche, sfruttando un’interazione ambientale accattivante. Ogni oggetto è una potenziale arma, da quelle bianche e da fuoco alle più anticonvenzionali carote e pesci, con le quali è possibile schiaffeggiare ogni nemico. “Un colpo, un morto” è la regola che vige nella creatura di Paper Cult, la quale non è un obbligo solo per i nemici ma anche per il giocatore.

È necessario dunque ripulire l’area dai nemici prima di poter avanzare. Nessuno dovrà sopravvivere e lo dovrete fare con ciò che troverete in giro per la mappa. Ciò è dovuto dall’uso limitato degli oggetti, che possono consumarsi entro pochi utilizzi. L’azione dev’essere incessante per alimentare il contatore delle combo, il quale andrà a migliorare il vostro risultato ottenuto nel livello. Questo fattore permette al giocatore di poter sbloccare degli oggetti speciali, i cosiddetti cappelli, i quali potranno essere utilizzati solamente nei livelli già giocati. Questi cappelli garantiscono abilità speciali al protagonista ma, nonostante il loro limite di utilizzo, restano elementi irrilevanti ai fini del gameplay.

Diversi modi per uccidere…e per morire

Bloodroots è un gioco d’azione frenetica che, come ribadito più volte, non pone limiti sulla fantasia di uccidere i nemici. L’interazione ambientale è uno dei punti cardine del gameplay, il quale sfrutta una visuale isometrica per fornire una panoramica più completa dello stage giocato. A conti fatti, il titolo non frena le fantasie assassine del giocatore: si possono creare diverse combinazioni e approcci, sfruttare gli oggetti di scena per concatenare le uccisioni. La varietà con cui è possibile farlo è a tratti quasi disarmante. Il problema sorge però nella parte platforming del titolo, in forte contrasto con quella che è la frenesia generata dalla soddisfazione di massacrare i nemici a proprio piacimento.

Difatti, morire per un errore, come cadere da un burrone, capiterà spesso durante l’avventura e, fortunatamente, ci sono numerosi checkpoint a fare da cuscinetto per accudire l’amara ennesima morte. Questo perché, a volte, il vero traditore è il design dei livelli, notare alcune trappole ambientali mentre si è impegnati nell’azione frenetica risulta difficile, soprattutto poiché l’attenzione si sposta sul contatore delle combo. Dopotutto, la profondità di alcune zone non è particolarmente accentuata e la visuale isometrica non è molto d’aiuto. Rimane il fatto che la frenesia del gameplay riesce a porre rimedio a questo evidente problema. All’esplorazione, a cui si aggiunge una discreta verticalità che influisce sul design dei livelli, sono stati aggiunti diversi segreti, tra cui dei lupi. Quest’ultimi, se salvati, vi permetteranno di sbloccare i cappelli di cui vi abbiamo parlato poc’anzi. Essi sono ben nascosti e, per raggiungerli, dovremo sfruttare appieno le nostre abilità nel platforming, evitando di cadere in un burrone a tutti i costi.

Violenza in pieno stile cartoon

Bloodroots fa affidamento su un comparto grafico cartoon non troppo elaborato, il quale gli permette a conti fatti di mantenere delle prestazioni non sempre ottime. Infatti, abbiamo riscontrato durante la nostra prova alcuni problemi tecnici legati soprattutto al frame rate, crollato in malo modo in alcune zone con un’elevata attività. Tutto sommato, questo è stato l’unico riscontro negativo, da cui il gioco si è ripreso piuttosto bene nelle sezioni successive. Un’instabilità che ci ha fatto storcere un po’ il naso, seppur tornando a divertirci nel massacrare i nemici. Inoltre, alcune uccisioni vengono esibite in un’apprezzabile sequenza filmata, la quale varia a seconda dell’arma in utilizzo (anche il pugno è un’arma, dopotutto). Per quanto concerne la localizzazione, il titolo vanta di testi e menù in inglese. Si tratta pur sempre di un titolo di produzione indipendente, le cui limitazioni non solo sono tecniche ma anche economiche.

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Matteo Murri
Matteo Murri
Appassionato di videogiochi e anime sin da tenera età, il suo primo videogioco fu Super Mario 64 per Nintendo 64, col tempo si affezionò alle console di Sony partendo appunto dalla prima Playstation. Oggi è un cacciatore di trofei su Playstation 4, predilige gli sparatutto, i titoli di corse e i picchiaduro, ma gioca veramente di tutto!

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