Battleborn – Recensione

Laddove Borderlands è considerato ancora oggi uno dei migliori miscugli di generi degli ultimi anni, non possiamo dire lo stesso di Battleborn. A fronte delle ottime fondamenta su cui si basa il titolo, lo stesso risulta essere minato da svariati problemi alcuni dei quali sono imperdonabili e considerati quasi degli errori da principianti, in particolar modo per quanto riguarda il PvE. Inoltre, per quanto la varietà sia buona, non possiamo non segnalare le poche mappe e modalità contenute in questo pacchetto base, venduto comunque a prezzo pieno. Un vero peccato, perché con un mese di vantaggio nei confronti di Overwatch questa sarebbe stata un'occasione ghiotta per far bene. Per carità, il titolo nel complessivo non è affatto male, ma ci si poteva aspettare di meglio dal talentuoso team che ha dato i natali a Borderlands. Una vera occasione sprecata.

Dopo lo sviluppo di giochi non sempre di qualità eccellente, Gearbox ha da poco pubblicato l’ultima sua fatica, ossia l’atteso Battleborn. Forte dell’esperienza accumulata nella loro lunga carriera, vediamo come se la sono cavata nella nostra recensione!

battleborn-2Un po’ Borderlands…
Anche se il piatto forte del titolo è naturalmente il multiplayer PvP, vogliamo come da prassi iniziare col parlarvi della campagna di Battleborn. Innanzitutto, la modalità PvE è composta da 8 missioni legate tra loro a livello di trama ma affrontabili separatamente. La storia non è basata su un filone narrativo da far gridare al miracolo, ma riesce piuttosto bene nell’intento di tenerci impegnati per numerose ore.
Potremmo definire Battleborn un FPS a zone a compartimento stagno, dovremo infatti farci strada tra orde di nemici che, una volta eliminati, ci daranno accesso all’area (leggasi: arena) successiva o al boss di turno. Direte voi, quasi tutti gli FPS funzionano in questo modo, ossia basati su una progressione a script, solo che in questo caso gli sviluppatori non sembrano essersi impegnati per variare la formula quel poco che bastava per camuffare la cosa in maniera efficace.
Il gameplay ricorda molto Borderlands, strutturato a classi, ognuna con proprie abilità e via discorrendo. Non mancano gli elementi RPG, in particolare livelli del giocatore e dei nemici, potenziamenti e tutto ciò che ne consegue con i canoni e tipici aspetti che siamo abituati a vedere in questo genere. In generale il tutto funziona in modo ben più che accettabile, anche se in Borderlands le situazioni risultavano, per l’appunto, molto più varie rispetto a quello che invece accade in Battleborn.
Bisogna segnalare, purtroppo, due problemi che minano l’esperienza, sia se affrontata da soli che in compagnia di altre persone online. La difficoltà ed il bilanciamento del gioco sono tarati per offrire un’esperienza equilibrata per più giocatori, pertanto alcuni punti risultano parecchio frustranti ed esasperanti se affrontati in solitaria. Di contro se giochiamo online, indipendentemente dai nostri progressi, verremo assegnati a partite in missioni scelte dal leader della partita, rendendo inutile il senso di progressione che dovrebbe essere garantito dalla trama.

battleborn-1… e un po’ Team Fortress!
Parliamo ora del piatto forte di Battleborn, ossia la componente MOBA, ispirata pesantemente al celebre Team Fortress, ma che in questo caso si svolge in partite da 10 giocatori, nella fattispecie 5 contro 5. Sono presenti tre modalità, ossia Cattura, Incursione e Fusione, ognuna delle quali comprende due mappe, per un totale di sei. Sì, purtroppo anche i contenuti non sono presenti in quantità industriale, ma concentriamoci nello specifico nelle modalità.
Cattura consiste nel catturare dei collettori nemici e risulta praticamente identica alla classica modalità Conquista presente in molti FPS, quindi nulla di nuovo. Incursione consiste nello sconfiggere il Guardiano della squadra avversaria, dovendoci anche occupare degli alleati che lo proteggono. In questa modalità si possono costruire torrette e simili per facilitarci il compito. Fusione consiste nello scortare e sacrificare degli scagnozzi presso un apposito altare.
Pur non offrendo un numero elevato di mappe e modalità, la varietà è piuttosto garantita grazie ad un gameplay piuttosto frenetico e basato sulle numerose classi. In base alla classe scelta, infatti, cambia quasi completamente l’approccio al titolo. Scegliendo ad esempio una classe tank, sarà nostro compito far strada agli alleati, con l’healer cureremo il party e via di questo passo. Troveremo infatti tutte le classiche tipologie di personaggi presenti in giochi simili, dovremo solo capire chi scegliere in base al nostro stile di gioco.
Le classi sono contraddistinte dalle armi utilizzate e da abilità univoche, tre attive e una passiva, sempre impostabili in base al livello ed al proprio stile di gioco. Le combinazioni sono pressochè infinite, inutile dire che anche in questo senso la varietà e la personalizzazione risultano assolutamente garantite.

battleborn-3PlayStation 4 ben sfruttata?
Graficamente parlando, l’impatto complessivo mostrato in Battleborn risulta piuttosto convincente, grazie all’azzeccato stile visivo che ricorda molto i lavori precedenti di Gearbox. Abbiamo infatti il solito cel shading apprezzato nei Borderlands, che qui ci è parso ancora più colorato e d’impatto.
Se andiamo però ad analizzare il mero conteggio poligonale, la qualità di alcune texture e l’imperfetto antialiasing, non possiamo essere del tutto soddisfatti del lavoro svolto. Oltre a ciò, la fluidità non ci è parsa convincente, a causa di un framerate non sempre stabile ed all’uso eccessivo del motion blur.
Molto validi i filmati introduttivi in stile anime, il doppiaggio in italiano e la componente audio nel complesso.

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Davide Begni
Davide Begnihttps://www.playstationzone.it
Appassionato di console Sony, ha un debole per Sonic e per la saga di Metal Gear, ma in generale non disdegna nessun genere, eccezion fatta per la maggior parte dei giochi di ruolo e titoli sportivi. La sua carriera videoludica inizia a cavallo tra gli anni '80 e '90 su Master System e Game Boy, andando a toccare tutte le console casalinghe e portatili prodotte da Sega e Nintendo fino alla prima metà degli anni '90. È passato al lato oscuro di Sony grazie alla prima PlayStation, brand a cui si è affezionato da allora fino ai giorni nostri, pur avendo avuto delle piccole parentesi dedicate al mondo PC e ad altre console. Non ditelo in giro, ma ha un'insana devozione per il Mega Drive, console che spesso e volentieri ricollega alla TV in memoria dei vecchi tempi.

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