Ride to Hell: Retribution – Recensione

Ride to Hell: Retribution, in ultima analisi, è un fallimento totale da praticamente qualsiasi punto di vista lo si guardi. Sia che si parli della trama, della giocabilità o dell'aspetto puramente tecnico, vi è ben poco da salvare nella produzione Eutechnyx, considerato anche che siamo agli sgoccioli del ciclo vitale di PlayStation 3. Il titolo qui recensito rischia seriamente di poter essere classificato come uno dei peggiori titoli dell'anno, oltre che dell'intera generazione, duole ammetterlo ma è così. Sappiamo benissimo che il team ha dovuto lavorare con un budget non elevato, nonché prendendo le redini di un progetto iniziato da Deep Silver Vienna nel lontano 2008, ma resta comunque una produzione decisamente scadente sotto ogni aspetto. Peccato perché il sottoscritto ha amato quasi tutti i titoli pubblicati da Deep Silver e prova davvero dispiacere a dover dare una valutazione così bassa ad un titolo da loro finanziato.

La storia ci insegna che molti dei videogiochi che hanno avuto uno sviluppo lungo e travagliato si sono poi rivelati delle delusioni ricordate negli anni a venire. Ride to Hell: Retribution, annunciato nel 2008, rimandato, cancellato e poi nuovamente rimesso nei listini pochi mesi fa, può essere considerato parte di questa categoria? Lo scoprirete molto presto…

Trama? Non pervenuta…
La trama di Ride to Hell: Retribution si svolge nel 1969 e narra la storia di Jake, un veterano del Vietnam nonché membro di una famiglia di bikers americani. La sua vita sembra apparentemente tranquilla, fino a quando suo fratello viene assassinato da una banda rivale, dando via alla scia di vendetta e morte del protagonista.
Con una premessa simile, è facile immaginare che il proseguimento della campagna principale sia unicamente un mero pretesto per uccidere gangster e fare a sportellate con i tipici chopper americani. Non solo la trama è banale e mal narrata, ma risulta già confusa dai primi minuti di gioco, nonostante la semplicità e linearità che dovrebbe permeare una storia simile. La fase iniziale è infatti un’accozzaglia insensata di quick time event, pestaggi che cercano di scimmiottare i due giochi della serie Arkham e fasi sparatutto imprecise a dir poco, il tutto unito ad una presentazione scadente e superficiale dei personaggi principali.
Il problema è che il trend pressappochista messo in atto all’inizio dagli sviluppatori continuerà per tutte le quasi dieci ore di gioco che servono a terminare l’avventura, sempre che non l’abbandonerete prima per la noia ed i numerosi bug ed imprecisioni dei comandi, oltre che per il discutibile lavoro a livello grafico. Se ciò che abbiamo scritto non basta a farvi desistere dall’acquisto, veniamo ora al piatto forte del titolo, ossia il gameplay.

Un titolo divertente?
Come probabilmente avrete intuito dalle precedenti righe, il gameplay di Ride to Hell: Retribution si divide principalmente in due tipologie di gioco, intervallate da frequenti caricamenti, utili sì a spezzare l’azione ma davvero presenti in numero troppo elevato.
Vi sono le fasi a piedi e nelle quali si alternano momenti dove si fa a pugni con numerosi avversari e sparatorie con tanto di sistema di copertura, ma nessuno di questi momenti brilla né come qualità nella realizzazione né come originalità messa in atto. I livelli sono infatti dei corridoi nei quali pestare gli avversari disarmati e sparare a quelli armati, nemici dotati di una IA ai limiti del grottesco. La pessima IA è controbilanciata dal fatto che gli stessi avversari sono estremamente resistenti, a patto di inanellare headshot a catena, il tutto reso difficile dall’impreciso sistema di puntamento e dall’indegna balistica. Se si decide di fare a pugni, è ben visibile la poca cura riposta anche nel sistema di combattimento, buono sulla carta ma pessimo nella realizzazione finale. Possiamo infatti mollare i classici colpi potenti e leggeri, oltre che usare la parata, il problema è che basta continuare a usare la mossa spezza-parata per immobilizzare e far cedere l’avversario in pochi secondi, facendo quindi colare a picco il tasso di sfida. Sottolineiamo anche che vi sono alcune meccaniche vecchie di decenni, come il fatto che spesso per poter procedere nella porzione successiva di livello è necessario far fuori tutti gli avversari presenti nelle stanze precedenti. Completa il quadro un discutibile posizionamento dei checkpoint, che ci costringeranno spesso a ripetere fasi più o meno lunghe, con tanto di filmato introduttivo della sezione stessa (fortunatamente skippabile).

Nelle fasi in moto ci troveremo a percorrere un binario stradale lineare come la morte, evitando veicoli e facendo a pugni con i gangster che cercheranno di disarcionarci dal veicolo. A parte qualche buona idea, come il fatto di poter schivare i camion passandoci sotto in piega, il resto è da bocciare in toto. Le collisioni sono davvero pessime, andando a sbattere contro qualsiasi ostacolo il nostro veicolo rimbalzerà lasciando interdetto qualsiasi giocatore che si rispetti. La cosa risulta ancora più grave se consideriamo che gli sviluppatori di questo titolo hanno in precedenza prodotto dei discreti simulatori di guida come Ferrari Challenge, nonché altri giochi di guida di tipo arcade. Le moto avversarie si avvicineranno in maniera rigorosamente precalcolata, lasciandoci solo l’onere di premere ripetutamente un tasto per respingerli, con fisica ed animazioni degne di un gioco per la prima PlayStation.
Non abbiamo ancora citato l’unico spunto interessante della produzione, se non fosse che anch’esso è stato solo accennato e naturalmente mal realizzato. Tra una missione e l’altra potremo esplorare una piccola cittadina, utile a personalizzare la moto, comprare armi e vendere la droga raccolta dai nemici, oltre che per parlare con tre personaggi. Nello svolgimento delle missioni troveremo delle ragazze da salvare dalle grinfie di gente losca, momenti che potrebbero regalare un piccolo stacco dall’avventura principale. La tristezza deriva dal fatto che, una volta liberate, il protagonista si limiterà a farci del sesso, lasciando intendere che le aiuti solo per un tornaconto fisico e nulla più. Ah, no, servono anche per sbloccare un paio di trofei PlayStation Network, scusate.

Ritorno al passato!
Ride to Hell: Retribution
è un gioco che vi farà tornare indietro nel tempo, nel periodo a cavallo tra la generazione di titoli passata e quella attuale. Scusate l’ironia, si voleva semplicemente dire che l’aspetto tecnico del titolo Eutechnyx segue il resto della produzione, e cioè ci propone una grafica che avremmo potuto accettare se il suddetto fosse stato un titolo di lancio per PlayStation 3.

Gli sviluppatori si sono giustamente affidati al sempreverde Unreal Engine 3, molto valido ma famoso anche per i problemi di ritardo nel caricamento delle texture che, anche dopo esser state completamente caricate dal motore di gioco, risultano comunque slavate e poco definite, addirittura indietro di un’intera generazione. Stesso discorso per i modelli poligonali e la modellazione dei volti, ingiustificatamente arretrati ed inaccettabili nell’anno 2013, per non parlare dell’anonimo level design. Ancora più ridicole sono le animazioni dei personaggi, esse sono infatti legnose e mal concatenate e risultano davvero innaturali. Si salvano giusto le ombre, soltanto discrete ma perlomeno non in linea con il disastro che affligge l’intero comparto tecnico del titolo Eutechnyx.
Se pensavate che, considerata la qualità grafica e il resto, il titolo fosse quantomeno fluido e non minato da rallentamenti di sorta, ecco che anche qui la delusione è in arrivo. Purtroppo, anche il framerate è incostante e scende spesso sotto la soglia dei trenta fotogrammi al secondo senza apparente motivo, in situazioni tranquille, senza particolari effetti e grande mole poligonale a video, per non scordare i frequenti fenomeni di tearing a spezzare l’immagine.
In mezzo a tutto questo elenco di difetti, vorremmo almeno spezzare una lancia a favore della buona colonna sonora formata da pezzi rock classici, oltre che al discreto doppiaggio (in inglese). Questi ultimi due elementi rendono l’atmosfera di gioco fedele al periodo trattato, ossia gli anni ’60

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Davide Begni
Davide Begnihttps://www.playstationzone.it
Appassionato di console Sony, ha un debole per Sonic e per la saga di Metal Gear, ma in generale non disdegna nessun genere, eccezion fatta per la maggior parte dei giochi di ruolo e titoli sportivi. La sua carriera videoludica inizia a cavallo tra gli anni '80 e '90 su Master System e Game Boy, andando a toccare tutte le console casalinghe e portatili prodotte da Sega e Nintendo fino alla prima metà degli anni '90. È passato al lato oscuro di Sony grazie alla prima PlayStation, brand a cui si è affezionato da allora fino ai giorni nostri, pur avendo avuto delle piccole parentesi dedicate al mondo PC e ad altre console. Non ditelo in giro, ma ha un'insana devozione per il Mega Drive, console che spesso e volentieri ricollega alla TV in memoria dei vecchi tempi.

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