Medal of Honor Warfighter – Recensione

Se siete arrivati a leggere fino a qui, avrete già capito che non ci troviamo di fronte a un capolavoro ma ad un gioco poco più che sufficiente e nulla più. Dalla campagna, breve, scriptata e mancante di pathos, all'assenza di una modalità cooperativa locale e non, il titolo non risulta essere degno del proprio leggendario nome. L'unico punto a favore risulta la modalità multigiocatore, bisognerà solo vedere se la stessa reggerà la prova del tempo, vista l'agguerrita concorrenza interna ed esterna di altri titoli dello stesso genere. Promossa la parte audio e appena discreto invece l'aspetto grafico, mancante di quella dinamicità resa famosa da DICE nel suo ultimo FPS bellico, che utilizza tra l'altro lo stesso engine. L'impressione è quindi che il titolo sia stato pubblicato quasi in fretta e furia ed incompleto da Danger Close soltanto per anticipare l'uscita del concorrente diretto, ossia l'imminente Call of Duty: Black Ops 2. Occasione sprecata per questo titolo, peccato davvero visto il buon lavoro fatto con il predecessore e i due anni che sono stati necessari per svilupparlo.

Recensire questo ultimo capitolo della saga di Medal of Honor è parecchio difficile, considerato il fatto che il sottoscritto ha iniziato a seguire la saga fin dagli albori, dal primo e meraviglioso capitolo per la prima PlayStation. E’ ancora compito di Danger Close tentare di riportare la saga ai fasti di un tempo, dopo il discreto capitolo uscito nel 2010 che ha dato via al reboot della serie in salsa moderna. Che dire, continuate la lettura e saprete se il titolo merita la Medaglia d’Onore o meno…

Tier 1 a rapporto!
Medal of Honor: Warfighter riprende alcuni dei personaggi che abbiamo amato o odiato nel predecessore, impegnati nella classica missione contro il terrorismo internazionale. La storia è strutturata in modo simile al capitolo precedente ed a Battlefield 3, ossia raccontata come flashback ed episodi vissuti nei panni dei due protagonisti giocabili. Insomma, nulla di nuovo ma sicuramente funzionale al gameplay che, come nel più classico dei copioni, consiste nello sterminare orde di terroristi per garantire la sicurezza degli Stati Uniti d’America. Non mancano indubbiamente momenti memorabili come le fasi stealth, quelle di cecchinaggio o altre di guida (realizzate in collaborazione con Criterion) ma la sensazione di già visto è molto accentuata. Paradossalmente, a mio parere, le parti meglio riuscite sono proprio quelle create da Criterion, assolutamente non scontate e particolari, anche se stonano con l’atmosfera da FPS classico.
Le ambientazioni solcate dai protagonisti sono situate tra Bosnia, Pakistan, Somalia e Filippine e sono generalmente ben realizzate, anche se il dettaglio grafico e la distruttibilità sono inferiori al già citato Battlefield 3. I livelli risultano realizzati come corridoi, senza lasciare alcuna libertà di movimento al giocatore, e gli script e lo spawn dei nemici sono spesso realizzati male, con avversari che appaiono in punti appena superati dal giocatore e porte che si aprono solo dopo aver ripulito l’area precedente. Il livello di sfida non è elevatissimo per il semplice motivo che i compagni di squadra possono essere usati come rifornimento mobile di munizioni, oltre al fatto che l’arma secondaria ha sempre proiettili infiniti. Per chiudere il cerchio dei difetti, che sono purtroppo molto preponderanti, la campagna è completabile in sole 4-5 ore in modalità normale e può essere rigiocata giusto per ottenere i rimanenti trofei e per tentare di finirla nei più elevati livelli di difficoltà.
Da segnalare invece in positivo è il funzionale sistema di copertura, attivabile con la pressione di L2 al posto del classico L1 una volta nascosti dietro a muretti o angoli. Oltre a ciò, cosa importante, le armi sono ben modellate nell’aspetto, nel feeling, nel rinculo e negli effetti sonori, dando una buona sensazione di realismo. Non solo, molte delle armi sono dotate di doppia ottica, non mancano quindi ibridi ACOG e Reflex, oppure altre con mirino metallico laterale, tutte funzioni richiamabili con il tasto R3 mentre si mira con L1.

Forze Speciali in rete!
Dopo aver appurato che la campagna a giocatore singolo non è valida come ci si sarebbe aspettati, passiamo ad analizzare la parte multigiocatore del titolo Danger Close. Differentemente al precedente capitolo, il multiplayer di MOH Warfighter è stato confezionato internamente agli studios di Los Angeles, sempre utilizzando il versatile Frostbite 2 di DICE. Va subito detto che la modalità online è riuscita meglio rispetto allo story mode, anche se il paragone con altre serie di FPS è d’obbligo. Lo stile con il quale si presenta il multiplayer è infatti una non ben definita via di mezzo tra Call of Duty e Battlefield. Del primo eredita una buona frenesia ed immediatezza dei combattimenti e la non grande dimensione delle mappe, mentre dalla serie DICE prende sicuramente la personalizzazione delle armi e la tatticità del gioco di squadra.
E’ possibile scegliere se far parte di una delle varie Forze Speciali offerte dal menu di gioco, tra cui SEAL e Spetznaz, oltre alle immancabili classi, personalizzabili con armi ed accessori di varia natura. Parlando di armi, le stesse sono ben fatte ed estremamente personalizzabili, tra ottiche, innesti, canne e verniciatura mimetica della scocca. Queste modifiche non sono solamente estetiche ma influenzano in modo sensibile il feeling con la propria bocca da fuoco tanto che la parte giusta al momento giusto può far la differenza su alcune mappe. Le ambientazioni sono otto e di media grandezza, non un numero elevatissimo ma tutte discretamente costruite e dotate di punti tattici e spazi aperti. Come detto poco fa, il titolo è incentrato sul gioco di squadra e l’introduzione del “Fire Team” ne è la prova lampante. Questo sistema funziona in modo che il giocatore sia legato ad un altro per tutta la durata del round, visualizzando la sua posizione oltre i muri in modo molto chiaro. Oltre a questo, se uno dei due viene ucciso e lo si vendica immediatamente, il compagno morto viene rigenerato all’istante. Le modalità di gioco spaziano dal classico deathmatch a squadre, a missioni a turni di difesa e attacco di punti sensibili prestabiliti, per finire con l’immancabile “cattura la bandiera”, resa particolare dalla mancanza del respawn. Pur non innovando quasi per nulla, ci sentiamo quindi di promuovere il multiplayer di questo Medal of Honor.

Uno Frostbite 2 ben sfruttato?
Graficamente ci troviamo di fronte ad un titolo discretamente realizzato nell’insieme, anche se inferiore al lavoro fatto da DICE nell’ultimo Battlefield, con cui condivide il motore grafico. Positiva la fluidità (ancorata ai 30 fotogrammi al secondo senza rallentamenti di sorta) e la mancanza apparente di difetti grafici fastidiosi come tearing o aliasing. Buoni gli effetti di illuminazione e particellari in generale, anche se non fanno gridare al miracolo, mentre le texture vanno da alcune ben fatte, come quelle delle armi, ad altre di qualità scadente. Il vero problema è però la scarsa distruttibilità degli ambienti: fatta eccezione infatti per poche coperture in legno usate dai nemici, il resto è invece fin troppo statico, rendendo intoccabili anche le luci artificiali presenti negli edifici e non.
Menzione d’onore per l’audio, gli effetti sonori delle armi e la colonna sonora sono infatti realistici ed immersivi, in aggiunta al ben recitato doppiaggio in italiano. In definitiva, è un vero peccato avere un titolo graficamente più “statico” delle controparte DICE e nonostante questo anche meno dettagliato. Anche in questo ambito si sarebbe potuto fare di meglio, insomma.

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Davide Begni
Davide Begnihttps://www.playstationzone.it
Appassionato di console Sony, ha un debole per Sonic e per la saga di Metal Gear, ma in generale non disdegna nessun genere, eccezion fatta per la maggior parte dei giochi di ruolo e titoli sportivi. La sua carriera videoludica inizia a cavallo tra gli anni '80 e '90 su Master System e Game Boy, andando a toccare tutte le console casalinghe e portatili prodotte da Sega e Nintendo fino alla prima metà degli anni '90. È passato al lato oscuro di Sony grazie alla prima PlayStation, brand a cui si è affezionato da allora fino ai giorni nostri, pur avendo avuto delle piccole parentesi dedicate al mondo PC e ad altre console. Non ditelo in giro, ma ha un'insana devozione per il Mega Drive, console che spesso e volentieri ricollega alla TV in memoria dei vecchi tempi.

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